• Adele Di Florio

IL TRAUMA NON È IL CORONAVIRUS

Aggiornato il: mag 23



Questo scritto era stato pensato per parlare dei bambini che durante l’epidemia sono stati, a mio parere, totalmente dimenticati, ma poi ho capito di non poter parlare di loro se prima non parliamo degli adulti, di cosa cioè stanno vivendo i genitori attraverso cui ricevo le loro notizie. Si tratta, necessariamente, di un piccolo scritto sia per lo spazio che ho a disposizione ma anche e soprattutto perché si parla di qualcosa che è in corso per cui ogni evento o contatto che impressionerà i miei sensi porterà necessariamente a una modifica del mio pensiero. Tutto quello che dirò mi appartiene come persona, medico e psicoterapeuta.

Ricordo Ferenczi quando dice che un bambino traumatizzato può elaborare e superare il trauma se ha accanto una figura adulta che lo accoglie … e io, in questo momento, purtroppo, mi trovo ad ascoltare degli adulti più o meno regrediti ad uno stadio infantile e costantemente ri-immersi nelle loro antiche tragedie. Sono persone confuse perché inconsciamente ricatturate in vecchi scenari traumatici, dove passato e presente si fondono rendendo impossibile la percezione dei bisogni e delle richieste dei loro figli. Questa fase regressiva, legata fondamentalmente all’essere stati rinchiusi in casa in maniera coatta potrebbe costituire un ottimo momento per riparare qualcosa del Sé sia direttamente, che indirettamente attraverso i propri figli; ma affinché ciò accada è necessario comprendere cosa sta accadendo e diventare coscienti di cosa, singolarmente, si sta rivivendo. Accade di essere come incarcerati e poi torturati dalle immagini e dalle parole che i media, incessantemente, usano per scandire il “tempo senza tempo” in cui siamo tutti immersi. “Solo bisogni primari”: ecco che già questo potrebbe essere importante per capire quali sono i bisogni primari per ognuno di noi, capire se è sufficiente il cibo e un tetto sotto cui ripararsi, (per chi ha un tetto e il cibo) come questi bisogni primari sono stati soddisfatti e se oltre al cibo non ci siano bisogni altrettanto fondamentali per l’essere umano.

Ho molti dubbi sulla possibilità che ciò possa accadere in questo momento, perché ancora una volta siamo stati trattati come bambini e l’obbedienza è stata ottenuta creando il panico e il senso di colpa esattamente come nell’infanzia quando ci veniva ordinato di stare zitti e ubbidire… Quello che io definisco una specie di “mantra” atto a parassitare la mente, operato da una informazione manipolatoria, ha reso l’individuo colpevole di “incorporare” (in senso biologico) il virus, una parte mortifera, trasformandolo così in un portatore di morte: voci imperiose, fredde, talora impastate di sadico compiacimento generanti panico e infarciti di pietismo nell’insistenza sui drammi individuali. Mi viene in mente una specie di fumetto sul coronavirus disegnato da un bambino di sette anni che finiva con una figura umana risucchiata in uno strano tubo chiuso (il virus) definito “un vicolo cieco”.

Ascolto molta più gente del solito in questo periodo e sono stata colpita soprattutto dai loro incubi e sogni che hanno in comune lo stesso contesto ambientale: “C’è la polizia, mi devono arrestare, non so perché…” poi, ovviamente, c’è dell’altro molto più personale. È una continua rilettura de “il Processo” di Kafka. Il nemico non è il virus, il nemico sono io che lo accolgo: posso uccidere ed essere ucciso. Sono entrati nelle nostre menti e in qualche modo ci hanno costretto a identificarci con qualcosa a cui è difficile anche dare un nome, ma mai come in questo momento è stato così chiaro il carattere simbiotico del rapporto vittima-carnefice. D’altronde la nostra incapacità di convivere con il carnefice che c’è in noi ci spinge a proiettarlo sull’altro (che comunque, è nella stessa condizione) con il risultato di diventare sempre più paranoici. La reclusione e il bombardamento mediatico che hanno costituito una vera tortura psicologica non solo ha creato una sorta di regressione a un mondo infantile dove il potere decisionale è pressoché nullo e la forza fisica per opporsi è scarsa ma ha spinto a cercare rifugio in un mondo immaginario dove raccontarsi una favola, se c’è la forza e se si conoscono le favole, ma se nella favola c’è solo l’orco cattivo o il lupo che divora, è la fine, si diventa un oggetto con tutte le conseguenze che questo comporta. Ho riflettuto anche sul vivere delle persone attaccate al televisore, dipendenti dalle notizie sul nemico che è fuori e dentro di noi, l’aggressore con cui ci siamo identificati e da cui non è possibile distaccarsi perché sembra l’unico modo di tenerlo sotto controllo.

Tutte le generazioni sono traumatizzate e, a mio parere, ciò non ha niente a che vedere con le guerre per come la maggior parte di noi ha solo sentito raccontare, perché durante la guerra c’è da fare, l’adrenalina e il cortisolo raggiungono nel nostro sangue concentrazioni elevatissime e ci sostengono, ci stimolano a lottare; noi, al contrario, stiamo vivendo qualcosa di paralizzante che F esprime molto bene: Peggio… non sono in guerra, non ho il fucile…. È peggio della prigione perché se sono in prigione so che fuori c’è il mondo e posso sempre sperare di recuperarlo, qui cosa c’è fuori?... Io non ho nessuna proiezione di futuro…. Ci stanno togliendo la dignità.” Impossibile immaginare cosa possa essere di noi e delle generazioni future se i bambini di oggi si porteranno dentro questo trauma inconscio, impossibile da elaborare, costretti a pagarne il prezzo per tutta la vita e a tramandarlo alle generazioni future. Questo pensiero, insieme a tanti altri per niente ottimisti sommati al silenzio e al vuoto delle nostre città mi fanno sentire un senso di gelo, come in un sogno di qualche notte fa quando, mi ritrovavo in un luogo sconosciuto e deserto in cui c’era un solo elemento ed era il colore bianco.


In copertina: John William Waterhouse (1916). Una novella dal Decamerone.

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