Tania è tornata, o l'apparizione del Vero Sé.


Tania è tornata. Non la vedevo da dieci anni, da quando aveva lasciato la psicoterapia senza comunicarmi di aver raggiunto l’obiettivo intermedio più importante, quello della laurea. Avevamo sudato, per quella: e la discussione della tesi era caduta proprio il giorno prima dell’ultima seduta precedente l’inizio delle vacanze estive, che lei aveva mancato, senza farsi più viva. “Non sono riuscito a vederla laureata”, avevo pensato. Il fatto di incontrarci in seguito fu un’altra storia: un nuovo rapporto sempre ricercato da lei e sempre rifuggito, che si era districato in un labirinto di confusioni, appuntamenti sporadici dati e mancati, un alternarsi di tu e di lei, persino il fatto di avermi detto che se avessi capito che cosa voleva veramente allora avrei dovuto sapere che lei mi voleva come compagno della vita. E il tutto era stato condito da una sequela interminabile di smorfie, da una mimica difensiva, a scatti e a espressioni incontrollate, quasi stupite, quasi spaventate, come se da ogni cosa che stessi per dire ci si potesse aspettare un’esplosione.

Io allora ero rozzo, approssimativo. Io lo sapevo quello che le aveva fatto suo padre, lo avevo capito il giorno in cui ci eravamo visti per la prima volta.

Giovane giornalista, mi aveva cercato per intervistarmi sul tema degli abusi sessuali nell’infanzia.

Al suo arrivo nel mio studio, mi stavo preparando del tè e gliene avevo offerto un bicchiere.

Cominciò a chiedermi qualcosa sulle mie esperienze professionali. Io iniziai a parlare e, a un tratto, lei si alzò di scatto e andò via senza dire una parola. L’avevo osservata allontanarsi come in trance, con il bicchiere del tè in mano. Non feci in tempo a chiederle nulla.

Mi chiamò circa sei mesi dopo. Con molti giri di parole, chiedendomi se mi ricordavo di lei (e come avrei potuto dimenticarla?) mi disse che avrebbe voluto tanto … “diventare mia paziente”.

Iniziammo, ma io ero rozzo. Io sapevo quello che le aveva fatto suo padre, perché lei me lo aveva detto chiaramente, anche se poi lo avrebbe negato per sempre.

Ma non era questo il problema. Il problema ero io che mi consideravo una specie di cacciatore di banditi, a difesa dei deboli. Non si può fare l’analista se si hanno intenzioni bellicose, perché, come minimo, qualcuno viene ucciso. C’è sempre un nemico più forte di noi, poveri crociati da strapazzo. Lo avrei imparato dopo, a mie spese, e a spese,

forse, di qualcun altro, che aveva ritenuto giusto, ancora una volta, allontanarsi da me.

Un giorno, in seduta, Tania mi aveva chiesto di dirle che cosa pensavo di suo padre. Io (io sono duro di comprendonio) lo avevo fatto, e lei, per la seconda volta si era alzata e se n’era andata. Rimasi per tutto il fine settimana a chiedermi se sarebbe tornata. Il lunedì, arrivò, puntualissima, come se nulla fosse accaduta. Tania aveva un’amica, Tatiana (i loro nomi veri erano anche più simili), sulla cui esistenza avevo sempre nutrito qualche dubbio. Durante la seduta mi disse che appena uscita dal mio studio, la volta precedente, aveva telefonato a Tatiana per dirle, con tono molto turbato, che aveva deciso di interrompere l’analisi. “Ma pulce”, aveva risposto Tatiana, “se non vuoi più andare da Guasto non sei mica obbligata!”. “Non capisci proprio niente!” aveva risposto Tania con tono irritato. E aveva messo giù il telefono. Quando poi arrivò la laurea, io la persi di vista, e ogni tanto mi giungevano sue notizie da varie parti del mondo, dove svolgeva compiti professionali di una certa importanza.

Stasera era di nuovo qui, davanti a me, dieci anni dopo il nostro ultimo incontro.

L’appuntamento era stato meticolosamente preparato da una serie di mail, che lei mi aveva inviato da un’altra città. Avevo dovuto chiederle se aveva intenzione di darmi del tu o del lei, e che si decidesse una buona volta, visto che continuava ad alternare vicino e lontano, cameratesco e formale, come chi non sappia dove stare. Per contenere un po' la sua irruenza, le avevo comunicato che io avrei continuato a darle del lei, e che lei avrebbe potuto fare come voleva.

Al suo arrivo mi corre incontro di slancio dicendomi “ti posso baciare?”. “No”, rispondo. Ma è troppo tardi, perché mi si è già appesa al collo.

Il sederci ai lati opposti della scrivania riporta un po’ d’ordine e di calma nella turbolenza irrefrenabile dell’incontro. L’ascolto parlare a lungo di un giovane immigrato del quale lei si prende cura da tempo. Appurato che non si tratta di una relazione d’amore problematica tra due persone di età diversa ma non del tutto incompatibili, le chiedo se per caso non sia venuta per parlarmi di sé.

Inizia a raccontarmi qualcosa che non sa raccontare. Alcune esperienze professionali anche importanti ma gratificanti (ma perché mi è venuto spontaneo scrivere questo “ma”, semanticamente incongruente?) e all’insegna della solidarietà con le persone svantaggiate; e tuttavia mai abbastanza pure, sempre sospette

d’involontarie collusioni con un potere tentacolare, il capitalismo delle multinazionali, il commercio d’armi ….

Che intenzioni ha, Tania? Le chiedo. Che cosa progetta per il futuro? Dove abiterà, visto che mi sta proponendo una psicoterapia su Skype, ma per ora non sembra intenzionata a lasciare i dintorni? Tania non sa rispondermi. Mi chiede di continuare a vederla anche per i pochi giorni che precedono la mia partenza per le ferie, e poi di iniziare una psicoterapia regolare al rientro. Capisco poco, ma credo ci sia poco da capire. Iniziamo a rievocare tutto ciò che riguarda i nostri trascorsi passati, e con mia grande sorpresa, mi accorgo di ricordare tutto, lucidamente, cosa che non mi capita quasi mai ora che sono vecchio, e che non mi capitava neanche prima. A un tratto, cogliendo uno spunto, le parlo della sua mimica facciale, sempre così spaventata per qualunque cosa io stia per dire. E’ un attimo: Tania arresta improvvisamente il movimento dei muscoli facciali e mi fissa negli occhi per un attimo, un momento lunghissimo di contatto fra due anime, come non era mai accaduto. Sono sorpreso del suo sguardo. Non mi era mai capitato che Tania mi fissasse così intensamente, con occhi così profondi. Poi scoppia a piangere. E’ come se, per un momento, mi fosse apparso il Vero Sé.


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