Freud, Ferenczi e Sherlock Holmes: narrazioni di abuso e verità storica


La questione se credere o meno a una rivelazione di stupro o di abuso sessuale (trattandosi di fattispecie criminose che avvengono per lo più in assenza di testimoni terzi; e ciò soprattutto quando tale rivelazione proviene da un bambino) è una questione seria e dibattuta, che ha enormi conseguenze sia in campo clinico che in campo medico-legale.

In campo peritale, ad esempio, l’ovvia necessità, a tutela di tutte le parti in causa, di appurare la verità dei fatti ha spesso l’esito paradossale di rendere tale accertamento impossibile, poiché l'uso di strumenti di indagine, contrassegnato da un’esigenza di assoluta imparzialità e assenza di pregiudizi da parte degli investigatori, ha spesso la conseguenza che la vittima -che in seguito all’evento traumatico ha subito un processo di trasformazione del proprio assetto psichico nella direzione di uno stato di adattamento alla condizione post traumatica che spesso coincide con una volontà di sottomissione- di fronte a domande incalzanti e a test di falsificazione delle proprie denunce, si ritiri in un atteggiamento difensivo, quando non addirittura vada incontro a processi di dissociazione dell’esperienza pregressa, con il risultato di rendere impossibile l’accertamento della verità e di conseguenza di impedire la sanzione dell’eventuale reo e le conseguenti misure di protezione, particolarmente urgenti nel caso di vittime di minore età.

La questione ebbe un’importanza cruciale anche nella storia dei rapporti tra Freud e Ferenczi: mentre il primo, almeno a partire dalla fine degli anni novanta dell’Ottocento, si dichiarò sempre scettico di fronte alle narrazioni dei pazienti, il secondo, a un certo punto del propio percorso, scelse di seguire un cammino diverso da quello del Maestro.

Una tale posizione trova una prima dettagliata definizione nel lavoro “Principi di rilassamento e neocatarsi” (1928), nel quale egli afferma:

La terapia catartica dell'isteria, precorritrice della psicoanalisi, fu il frutto di una comune scoperta compiuta da un’ammalata geniale e da un medico dotato di apertura mentale. La paziente aveva fatto su se stessa l'esperienza che alcuni dei suoi sintomi scomparivano quando riusciva a istituire un legame tra i frammenti di parole e gesti, emersi nei suoi stati di anormalità, e le impressioni dimenticate della sua vita passata. Il merito eccezionale di Breuer non fu soltanto quello di aver seguito le indicazioni metodologiche fornitegli dalla paziente, ma anche di aver prestato fede alla realtà dei ricordi che emergevano in lei, Anziché negarne il valore a priori, come allora si era soliti fare, riducendoli a creazioni della fantasia di una malata di mente. Indubbiamente la capacità di Breuer di far credito alla sua paziente aveva dei limiti ben precisi: fintantoché ciò che essa diceva e faceva restò entro i confini culturali dati, egli la segui; ma appena comparvero i segni della vita pulsionale senza più il freno delle inibizioni, Breuer abbandonò in fretta e furia sia la paziente sia il nuovo metodo. (In: Sándor Ferenczi, Opere, vol. IV, p. 51. Milano: Raffaello Cortina).

Lo sviluppo più pieno di tali intuizioni si manifestò in seguito, soprattutto nel lavoro clinico che Ferenczi svolse assieme alla paziente Elizabeth Severn, la quale, durante una lunga analisi, parve recuperare, attraverso tecniche di regressione autoipnotica, una serie di ricordi di gravissimi eventi traumatici accaduti durante la prima infanzia e successivamente obliterati da una serie di episodi di grave sofferenza psichica che la costrinsero a lunghi anni di cure e ospedalizzazioni.

Nel commentare il lavoro del sodale di un tempo dopo la morte di quest’ultimo, Freud scrisse a Ernest Jones che Ferenczi era stato vittima delle suggestioni di una “sospetta donna americana”, che definì il suo “evil genius”.

La definizione richiama una riflessione di Cartesio, che aveva ipotizzato l’eventualità che le percezioni del mondo esterno fossero frutto delle suggestioni di un “genio maligno”: un “evil genius”, appunto. Freud, dalla sua posizione rigorosamente scientista e cartesiana, rifiutava di prendere in considerazione tesi non verificate o verificabili; Ferenczi, invece, decise a un certo punto della propria esperienza, di rinunciare a tale precauzione, avventurandosi dentro un mondo potenzialmente fittizio, e forse frutto di fantasie, allucinazioni o costruzioni deliranti.

Che cosa accadde, in realtà? In realtà accadde che Ferenczi mise in dubbio che il compito dell’analista dovesse essere quello di accertare la “realtà storica dei fatti”, ovvero di limitarsi a rimanere confinato "entro i confini culturali dati" (com'ebbe a osservare parlando del lavoro di Breuer con Anna O.), anziché esplorare il mondo intrapsichico e intersoggettivo del paziente. Gli dovette sembrare, anzi, che la preoccupazione di Freud di aver a che fare esclusivamente con fenomeni scientifici verificabili incontrasse un punto di contraddizione nel modello stesso elaborato dal Maestro: quel modello nel quale l’analista si astiene da qualsiasi contatto con la realtà esterna, sociale e familiare e addirittura “storica” del paziente; quel modello cioè che aveva espropriato la psicoanalisi della realtà esterna, per indagare la quale, e accertarsi quindi della “verità storica” delle narrazioni del paziente, l’analista avrebbe dovuto uscire dal proprio studio, consultare documenti esterni, interrogare testimoni, trasformandosi quindi in una sorta di Sherlock Holmes, in un investigatore.

Ferenczi, al contrario, decise di “credere” -probabilmente sulla base di proprie intuizioni non razionalmente verificabili- alla paziente, concentrando l’attenzione esclusivamente alla diade, e rinunciando a sottoporre la narrazione della paziente a esami di realtà che potessero implicare la presenza di uno sguardo “terzo” (quello del confronto con una realtà supposta più attendibile) nella relazione intima fra analista e paziente. E verrebbe da commentare che, in tale scelta, fu “un po’ più analista”, cioè un po’ più attento alla realtà psichica, di Freud stesso.

Si dirà che un tale metodo può mettere a dura prova la disponibilità di un analista a “delirare” assieme al proprio paziente; e che la necessità di mantenersi sanamente calati nella realtà possa fungere da impedimento rispetto alla possibilità di viaggi che possono apparire pericolosi. Ma non è forse questa la natura del compito? Non è forse l’immersione nella cosiddetta “follia” di uno sguardo “sano” e capace di apportare sintesi e significazione ciò che dal proprio analista un paziente può legittimamente aspettarsi, ferma restando la necessità che il primo mantenga al tempo stesso l'integrità del proprio Sé? E non è forse questa l’unica via per andare alla ricerca, all’interno di un pensiero irrazionale, o presunto tale, di nuclei di verità “vera”?


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