FANTASMI IN BIBLIOTECA


(a D., con stima e affetto)

Cinquant’anni esatti. Erano cinquant’anni che non ci tornava. Negli ultimi giorni, G. si era dovuto confrontare con un problema di nomenclatura anatomica, una sinonimia di cui non riusciva a venire a capo. Così aveva pensato di chiedere aiuto all’ordinario di Anatomia dell’Università, che insegnava in quell’Istituto in cui non tornava da cinquant’anni.

Il collega fu molto premuroso: chiacchierarono a lungo e piacevolmente delle rispettive carriere, molto distanti fra loro quanto a interessi, ma evidentemente accomunate da un’analoga passione per la conoscenza, per una certa curiosità di sapere che subito li fece sentire vicini. Assieme, esaminarono alcuni testi molto antichi, senza venire a capo dell’enigma. La biblioteca era monumentale, e conteneva testi e atlanti anatomici preziosi e anche molto rari. Su di un ripiano, G. riconobbe le costole dei volumi che avevano accompagnato alcuni fra gl’incubi peggiori dei suoi esordi universitari.

Sopra quegl’incubi, aveva, per un certo periodo di tempo, aleggiato R., il monster, professore di Anatomia e … molto di più; quanto di più, nell’immaginario di ognuno, era impossibile dire. Era un cane a tre teste che ringhiava sull’ingresso della facoltà, un luogo di passaggio obbligatorio, per tutti. Ma i più (e lui era stato tra questi) si limitavano ai contatti strettamente indispensabili, perché intrattenere rapporti di discepolato con lui sarebbe significato scendere all’inferno. Lo si intuiva fin dal primo contatto, in maniera inconscia, e per questo ci si distraeva da lui immediatamente, perché il messaggio che i suoi occhi veicolavano era atroce. A lui era capitato di incapparci due volte. La prima fu quando dovette sostenere un esame di anatomia delle ossa, dei muscoli e delle articolazioni. In quell'occasione, gli fu chiesto se intendesse avvalersi del “diritto” (la parola fu pronunciata con un tono particolarmente gelido) di affrontare una prova pratica già sperimentata durante una delle rarissime esercitazioni pratiche (nel suo caso, i muscoli masticatori), oppure se fosse disposto ad accettare che fosse il professore a scegliere quale preparato anatomico assegnargli. Nella confusione e nell’ansia del momento, lui ebbe la debolezza di scegliere l’opzione sbagliata: la prima naturalmente, e ciò che ne seguì fu una scena molto teatrale e assolutamente drammatica.

Il monster, incurante del fatto di avere a disposizione, già posizionata sui tavoli anatomici, una gran quantità di materiale (ex-umano, naturalmente) che avrebbe potuto benissimo servire al caso, chiamò con voce stentorea un inserviente, ordinandogli di:

1. prelevare dalle celle frigorifere un cadavere “fresco”;

2. decapitarlo;

3. preparare la testa, divisa in due da un taglio sagittale, e metterla in formalina per tre ore.

Alla fine di tale preparazione si sarebbe potuto procedere alla prova pratica.

“Ma, no, professore, non s’incomodi tanto per me”, disse G. in un lampo di tardiva lucidità; “posso fare con ciò che lei ritiene opportuno”.

“Eh, no, mio caro!” La sua voce risuonò come un colpo di fucile. “Ormai abbiamo deciso! Lei ha dei diritti e i diritti si devono rispettare!”

“Ma no, guardi che io …”

“Non insista! E poi lo sa”, disse scendendo di un paio di ottave, “del senno di poi …”

I colleghi proseguirono le loro preparazioni, mentre G. rimase seduto in un angolo ad aspettare il suo turno. Scese la sera, fuori si era fatto buio, e in sala anatomica non c’era quasi più nessuno.

A un tratto, il monster entrò da una porta laterale, reggendo con una mano mezza testa, ex-umana, per poi scagliarla violentemente sul tavolo anatomico. “Tagli!” disse con voce metallica. “Isoli il muscolo pterigoideo interno!”. Il compito consisteva nel separare una massa muscolare che nel cadavere diventa filiforme e fragilissima, liberandola dalla contiguità con le strutture circostanti e dal grasso che la circonda. Un’impresa impossibile per qualcuno che avesse tenuto in mano un bisturi una sola volta nella vita e per meno di mezz’ora, essendosi limitato a scollare un lembo di cute; ciò perché il “materiale” scarseggiava e gli studenti si accalcavano gli uni sugli altri, divisi in turni di poche decine di minuti.

La Divina Provvidenza si manifestò nella forma di una simpatica signora che bussò alla porta della sala anatomica per informare il Professore che era desiderato al telefono, e si premurò di inviare anche un angelo custode che, sotto le sembianze di un perito settore in forza all’Istituto, dopo aver ingiunto allo studente di non toccare assolutamente nulla, provvide a isolare il muscolo in questione, dello spessore di una bava di saliva.

Ora lui non ricordava se il monster fosse tornato a verificare l’esito dell’esame, il cui voto, sei decimi, gli fu assegnato da un assistente. Probabilmente ciò che più interessava al monster non era l’anatomia, né l’insegnamento, né la ricerca, ma soltanto il teatro. Il teatro della crudeltà.

Ne ebbe la riprova l’anno successivo, quando, in preda a una pericolosa pulsione masochistica, fece domanda per essere ammesso quale studente interno dell’Istituto di anatomia. Il compito consisteva nell’aggirarsi fra i tavoli anatomici su cui si cimentavano gli studenti del primo anno, indossando un camice bianco e una vistosa fascia blu al braccio.

Il primo giorno, appena il monster lo vide, gli corse incontro, e, cingendogli le spalle con un braccio, lo accompagnò al tavolo dove due ragazze molto giovani apparivano impietrite di fronte a un pezzo di cadavere. Una delle due stava visibilmente male, e lui temette che iniziasse a vomitare. Ma la presenza del monster paralizzava tutti, lui compreso. Il monster si rivolse a quella delle due che appariva maggiormente sofferente: “che cosa aspetta? Tagli!” Gli occhi della ragazza si riempirono di lacrime. “Tagli!” urlò il monster infuriato. E poi rivolto a lui: “Le vede! Sono greche! Vengono qui a studiare perché al loro paese (era il 1970, e in Grecia c’era il regime dei Colonnelli) gli studenti universitari che non hanno intenzioni serie vengono cacciati dall’Università! Qui, invece, prendiamo tutti!”.

Quella fu l’ultima volta che lui mise piede in quell’istituto. La seconda parte dell’esame l’avrebbe sostenuta in un’altra città.

Tutti questi ricordi gli tornarono alla mente quella mattina, mentre parlava con l’attuale cattedratico, così gentile e così genuinamente appassionato alla Scienza.

Parlarono anche, brevemente, di R., il monster, morto ormai da tempo immemorabile. Era stato lui a prendere il posto del suo maestro, un notissimo anatomista costretto a lasciare l’insegnamento in seguito alla promulgazione delle leggi razziali. Dopo il 1945, poi, il monster era stato scacciato dalla cattedra tanto indegnamente occupata, ed era finito, chissà come, nella città di G. Tutto tornava.

A un certo punto, constatando che sui trattati che stava esaminando non c’era nulla che gli potesse servire, G. chiese al Collega se c’era la possibilità di consultare un atlante anatomico. Lui ne aveva avuto uno dotato di illustrazioni bellissime, il Sobotta. Inoltre, ricordava il Pernkopf un atlante che, a quel tempo, possedevano in pochi.

“Il Pernkopf è là” disse il professore indicando lo scaffale sul lato opposto della Biblioteca. “Ma lasci, perdere: è in Tedesco, e lei mi ha detto che non conosce la lingua. E poi è nero”. “Come nero?” chiese G., “che vuol dire?” “Le immagini, rispose il Professore, precisissime e altamente professionali che lo compongono, sono state realizzate da corpi provenienti dai campi di sterminio nazisti. Non so come la pensi lei, ma sono le riproduzioni di reperti ottenuti da esperimenti sui vivi. Quando eravamo studenti, come lei ricorda, ne esisteva un’edizione in Italiano. Poi, a metà degli anni Ottanta, l’editore ne sospese la pubblicazione”. Un’aria gelida scese sulla biblioteca, che era stata avvolta fino a quel momento da una tiepida penombra soffusa.

Si salutarono. Fuori faceva freddo.

Tornando a casa, non riusciva a smettere di pensare alle ultime parole del Collega: R. era stato colui che aveva preso il posto del proprio maestro, allontanato dall’insegnamento perché ebreo. Non era la prima volta che sentiva quella storia: ma ebbe come la sensazione che la prima volta che qualcuno gliel’aveva raccontata, gli fosse passata sopra senza fargli una particolare impressione. Ripensò a quei tempi: la contestazione studentesca, l’autunno caldo del sessantanove, le occupazioni. E la gogna contro certi professori, scelti non si sa bene da chi e perché. Il Movimento era una specie di corpaccione collettivo dotato di un pensiero proprio e super-individuale, capace di scatenare intense passioni, individuare mortali nemici, richiamare tutti a un ordine di corpo, quasi religioso, quasi monastico. A volte, il “nemico perfetto” era qualcuno che neppure si conosceva. Ma a R. -e fu questo pensiero a colpirlo di più- ciò non capitò mai. A un individuo tanto compromesso con il fascismo, in quel clima così impregnato di antifascismo, nessuno aveva mai pensato di rinfacciare il proprio passato. Si chiese come fosse stato possibile. Forse, quell’impressione inquietante che lui aveva respirato fin dal primo istante, era qualcosa che conferiva a un malvagio sezionatore di cadaveri un’aura protettiva di intangibilità. Gli tornò in mente una frase di Nietzsche: “chi lotta contro i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l'abisso scruterà dentro di te”.

in copertina: Jacek Yerka, Valley of knowledge (2015).


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