DAL MOSTRO INTERNO AL TRAUMA SOCIALE: LO SCUDO DI ATENA


Ritorno a Fantasmi in Biblioteca di Gianni Guasto, perché io so che cosa l’Autore cercava nell’aula di anatomia: una possibile estensione del termine propilei. E’ partito tutto da lì. Davanti al cancello da cui si accede al tempio, da quel preciso luogo che si percorre in trepidante attesa di una rivelazione sacra. Che cosa c’è nella zona proibita del tempio, oltre i propilei? La rivelazione è orribile, a tratti raccapricciante. Evocati dal testo di Gianni, fantasmi, demoni e mostri sono emersi come in una danza, un altro passo della quale mi porta, dal “mostro interno” di Adele Florio e dal trauma sociale di cui parla Pina Sciommarello, allo scudo di Atena, su cui è rappresentato di nuovo un mostro: si tratta questa volta di Medusa.

Atena e Medusa sono inseparabili: se non è sullo scudo, la Gorgone si trova sulla veste della dea. L’ho scoperto osservando la statuetta tanto cara a Freud: c’era qualcosa sulla corazza che cinge il petto della preziosa agalma, e se ho ben capito si tratta della testa di Medusa, che in altre raffigurazioni è rappresentata sullo scudo.

Il mito ci narra come sia finita proprio lì, sullo scudo (o sul petto) di Atena.

C’era questo mostro pieno di rabbia che inquietava tutti, dei e umani, perché non lo si poteva guardare negli occhi senza essere “médusées”: eh già, in francese esiste il verbo “méduser”, (je suis médusè: sono attonito, sbigottito, pietrificato), eccezionalmente usato anche in italiano.

Medusa non doveva proprio esistere. E allora, sponsorizzato dagli dei dell’Olimpo (che lo riforniscono di calzari alati, di un elmo che rende invisibile e d’uno specchio per evitare lo sguardo terribile) Perseo riesce a decapitarla. Dopo questa impresa, Perseo diviene un eroe e fa dono della testa mozzata ad Atena, che la pone sul proprio scudo per paralizzare i nemici.

Una simpatica storia a lieto fine.

Il mito, però, diviene spiazzante, se, ripescando tra le varie versioni, si considerano gli antecedenti della vicenda. Medusa era una ninfa bellissima, tanto da suscitare la bramosia di Poseidone che esercitò su di lei il comportamento da stupratore seriale tipico di molti dei dell’Olimpo, primo fra tutti Zeus.

Ma non fu questa violenza a trasformare la ninfa in mostro. Il fatto è che lo stupro ebbe luogo nel tempio di Atena, forse proprio in quel luogo sacro oltre i propilei. Questa profanazione suscitò l’ira della dea, ed ecco l’aspetto dissonante della vicenda: Atena non se la prese con Poseidone, ma con Medusa. E la trasformò in un mostro terribile a vedersi, il mostro che tutti conosciamo.

E’ un mito odioso, che parte da una fanciulla abusata e si conclude con l’uso della sua testa come spauracchio sullo scudo di Atena: la profanazione della fanciulla passa in secondo piano rispetto alla profanazione del tempio. E non solo. La vittima viene addirittura punita, perché è scandalo, perché rivela sugli dei una verità che, se conosciuta, trasformerebbe chiunque in pietra: i vizi degli dei è opportuno non guardarli, non parlarne, come ben seppe anche Aracne (già citata in questa serie) che fu trasformata in ragno perché osò rappresentarli sulla sua tela.

Siamo qui vicinissimi alle considerazioni di Ferenczi sul trauma: traumatico non è tanto l’evento in sé (terribile, certo, ma in parte rimediabile) quanto gli aspetti relazionali e sociali che lo circondano, i quali vanno ben oltre l’omissione di soccorso. La colpevolizzazione della vittima può arrivare a conseguenze estreme e crudeli, perché l’esistenza stessa della vittima è inaccettabile.

Per quanto possa sembrare assurdo, la realtà abbonda di casi che ripercorrono lo schema del mito di Medusa: la bella ninfa viene abusata dal vecchio Poseidone, si sente violata, è disperata, ed ecco giungere Atena, saggia donna, nota per la sua sapienza, luminosa dispensatrice di giustizia e protettrice delle città. La ninfa si aspetta consolazione e giustizia. All’opposto, Atena se la prende con lei, perché la reputazione della sua casa è stata sporcata da questo “incidente”. Poseidone è giustificato: per convenienza, per spirito di casta? Non so. Ma è proprio la rabbia di Atena, decisamente mal diretta, a trasformare Medusa nel mostro “medusante” che tutti conosciamo. Non lo stupro in sé. Proprio la reazione irrazionale e ingiusta di Atena, che non ci aspetteremmo affatto da questa dea, i cui attributi principali sono proprio giustizia e razionalità.

Cito a questo proposito il verso di una poesia che è stata scritta, al solo scopo di illustrare la sua opera, da una scultrice che ha prodotto di recente una “Medusa senza più odio”.

“Sparse la sua chioma

sulla pietra del tempio di Atena.

E non fu il dolor di quello

ma l’ira della dea

a far della ninfa

una tremenda creatura”.

Triste considerazione.

Chi è il mostro dunque? Medusa, o forse Atena? Propenderei per la seconda ipotesi. Eppure la tradizione vuole che Medusa sia una tremenda creatura, e che Atena sia la serena dea della saggezza e della giustizia. Il mostro che pietrifica è la persona abusata ... Questo vuole dirci, con brutale realismo, il mito.

Un altro passo di danza.

Perché le due sono inseparabili? E se Medusa fosse il mostro interno di Atena? C’è anche questa possibilità.

Immaginiamo una grande scissione traumatica, seguita dalla più perfetta identificazione con l’aggressore.

Secondo un’ipotesi ormai datata ma tuttora plausibile i miti greci rivelano il passaggio dal matriarcato al patriarcato, il primo grande passaggio di potere della storia (o preistoria, addirittura). Marija Gimbutas asserì di aver trovato prove archeologiche di questo evento epocale che sconvolse l’Europa tra il neolitico e l’età del bronzo, quando la cultura “old European” (matrifocale, pacifica, egualitaria) venne sostituita dai bellicosi popoli kurganici (patriarcali, guerrieri, gerarchizzati) provenienti in varie ondate dal remoto oriente. La dea “old European”, violata, abusata, definitivamente sconfitta, è costretta a scindersi. Una parte, ben adattata, rinuncia del tutto alla propria memoria storica e forclude addirittura la madre: Atena non è nata da donna, ma è germinata dal cervello di Zeus, il nuovo Dio con cui si identifica pienamente. L’altra parte è la sua rabbia disperata, un volto con occhi terribili che conserva la verità dello stupro primordiale: è Medusa, compartimentata, ipostatizzata, per così dire, sullo scudo di Atena.

La testa di Medusa sullo scudo rappresenta dunque la zona traumatica di Atena, o forse quell’antica madre forclusa, che, esclusa dal simbolico, minaccia di tornare nel reale ogni volta che la si guarda negli occhi.

Freud, dicevo, possedeva un’antica àgalma (statuetta votiva) di Atena che tenne sempre davanti a sé, sulla scrivania, alla base di un prezioso schermo cinese su cui era scolpito, in bassorilievo, un sapiente di giada: sorta di “propilei” che simboleggiava la porta del sapere che si apre allo studioso.

C’erano dunque, quali elementi propiziatori di conoscenza, davanti al Freud immerso nei suoi studi, la serena intelligenza di Atena, ma anche la cruda realtà che Medusa ci propone dal tempo sacro del mito.

Mostri interni o mostri esterni: difficile dire dove si trovino, chi o che cosa siano.

Le mie riflessioni, lo so, girano attorno al tema e non portano a niente di concreto: siamo ancora lì, davanti al tempio, in quella zona sacra in cui Olimpo e Inferi sono sempre sul punto di rivelarsi e baluginano insieme, confondendoci, “medusandoci”.

La sfida è una soltanto: potremo mai guardare il mostro senza lasciarci pietrificare, senza ucciderlo o forcluderlo, dritto negli occhi e a mani nude, senza l’ausilio di specchi?

In copertina: Testa di Medusa. Arte romana, II sec. d. C.. Mantova, complesso museale di Palazzo Ducale.


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