DEISCENZE, RINASCITE: AU SEUIL di Dany Colin


"Un giovane uomo nero dal volto bianco piange lacrime nere mentre ascolta uno degli ultimi discorsi di Thomas Sankara prima del suo assassinio (...)”

La “ferita” del Filottete di Sofocle era cicatrizzata solo in apparenza, e l’infezione sottostante premeva per farsi spazio e tornare in superficie. Si formava allora, periodicamente, un ascesso talmente doloroso che Filottete perdeva la ragione ed entrava in una sorta di stato dissociativo, che si risolveva solo al riaprirsi della ferita. Sofocle pare aver trovato il modo di metaforizzare in modo eccellente il decorso del PTSD grave, che ha spesso un simile andamento. In questi casi, la guarigione è la formazione cicatriziale o il rompersi di essa per consentire il fuoriuscire del dolore?

In termini chirurgici viene chiamato “deiscenza” l’evento drammatico della riapertura di una ferita chirurgica che appariva già chiusa: punti di sutura mal fatti, o una debolezza costituzionale della pelle, o ancora eventi intercorsi nel processo di guarigione: sollecitare la parte ferita con troppi attriti esterni, una scarsa cura, una detersione frettolosa...

Lacan utilizzava questo stesso termine per indicare la tendenza dell’immagine sociale di sé a essere sopraffatta dalla controparte inconscia repressa.

Ma “deiscenza” è anche il termine botanico che indica l’aprirsi spontaneo di organi vegetali (frutti, spore, antere) una volta giunti a maturazione.

Il cortometraggio Au Seuil di un giovane regista francese, Dany Colin, mi conduce ad una riflessione che parte dal tema della deiscenza nei vari significati possibili.

C’è sempre un elemento surrealistico nei cortometraggi di Dany Colin. E infatti, surrealisticamente, Au Seuil (2014) si apre con la visione di una massa indistinta- tanto indistinta da indurre nello spettatore un tentativo di messa a fuoco - che a poco a poco si rivela il volto di un uomo immerso nel sonno. Quel volto è ricoperto da una maschera bianca sgretolata, una specie di biacca da scena.

Le immagini ambigue conducono a un’avventura percettiva, che inizia con lo sforzo visivo e con l’ansia di ancorarsi a un’immagine che sia familiare, possibile. Cercando di attribuire un senso, avevo creduto di avere davanti a me, sullo schermo, un attore sprofondato nel sonno subito dopo la sua performance teatrale: tanto spossante doveva essere stato lo sforzo recitativo che gli era mancata la forza di togliersi il trucco da scena, e così la biacca bianca si era seccata nel corso della notte penetrando nelle pieghe della pelle. Il mio era un ancoraggio sbagliato, ma forse non del tutto inutile, perché questa sorta di confabulazione mi ha spinto a pensare al tema della maschera; maschera che diviene spesso indistinguibile dalla persona che la indossa, per l’impossibilità di stabilire un confine, una soglia appunto (seuil), tra il sé e un “fingimento” incorporato fino al punto di diventare carne.

Mi soffermo su questa immagine di apertura del cortometraggio: quella che vediamo è una maschera ben più profonda di una seconda pelle, proprio perché penetra nelle pieghe dell’epidermide sottostante quasi confondendosi con essa. Ma è anche screpolata: come a voler indicare quanto sia poroso e frangibile il confine tra l’io autentico e quel fingimento che è diventato “io”.

Una voce fuori campo accompagna il risveglio dell’uomo: è la voce registrata di Thomas Sankara, personaggio mitico del “rinascimento africano” ed eroe dei movimenti d’indipendenza dal neocolonialismo.

L’uomo, che è di pelle nera (come possiamo vedere quando la telecamera ne inquadra i piedi nudi, posati a terra come radici), pare avvertire nella voce e nelle parole di Sankara l’eco della propria identità sommersa, della sua pelle nascosta. Diviene doloroso l’ingombro della maschera bianca, forte l’urgenza di strapparla per portare alla luce il volto vero, dimenticato, forse mai conosciuto.

Le immagini mostrano che l’uomo vive in un contesto urbano occidentale, al quale pare essersi adattato interamente e, questa almeno è l’impressione, da molto tempo. Forse ci è proprio nato, in Europa. Pare domandarsi cosa ci sia sotto quella maschera bianca, ammesso che ancora ci sia qualcosa. C’è qualcosa, o il nulla? Liberarsene è un’impresa che non pare per niente facile.

Riuscirà a togliersi quel bianco screpolato dalla faccia, e a scoprire una pelle nera perfettamente integra, recandosi in un bosco incontaminato dove si lava il volto in un ruscello di acqua limpida, alla presenza sacrale di una donna. Bosco, acqua, donna. Donna madre e custode di antiche memorie, simbolo di rinascita, rinnovamento.

Ogni nascita è origine ri-originata e ha luogo attraverso la donna. E’ una donna nera: la madre di tutti noi.

Il ritorno dal bosco alla città vedrà il protagonista perdersi di nuovo in un mondo, quello europeo metropolitano, ormai estraneo. Sin dall’uscita dal bosco lo spettatore non vedrà più il suo corpo e la sua pelle nera dolorosamente riportata alla luce. La telecamera inquadra ciò che lui vede, ciò che sfida la sua identità autentica appena liberata: insegne luminose e cartelli pubblicitari impongono al suo sguardo un paesaggio cosmopolita artefatto dove ogni identità umana diviene incerta e si polverizza. Restano, come speranza, bellissime immagini di cielo.

Il cortometraggio evoca immediatamente Frantz Fanon (lo psichiatra franco-martinicano) e il suo libro del 1952, Pelle Nera, maschere bianche, il cui soggetto è l’africano del colonialismo e post-colonialismo costretto ad assumere la maschera che gli è data dal colonizzatore; la sottrazione dell’identità del colonizzato è sostituita dagli stereotipi che l’uomo bianco ha deciso per lui.

Vale ancora quanto detto da Fanon più di sessanta anni fa? E’ ancora un valore la negritudo, ed esistono ancora un’identità bianca e un’identità nera? Esiste ancora un colonizzatore e un colonizzato? Già in I Dannati della Terra (1961) Fanon inizia a spostare il problema dalla contrapposizione popoli bianchi/popoli neri, popoli colonizzatori/popoli colonizzati, a una più universale contrapposizione tra classi sociali dominanti e classi sociali dominate.

Questo passaggio potrebbe espandere, mi pare, il tema di Au Seuil: la maschera bianca rappresenterebbe dunque, più in generale, la mimicry con cui il “dominato” si adatta all’identità stabilita per lui dal “dominatore”, traendone, forzatamente, la propria soggettività; si tratta, però, di una soggettività che “non tiene”, che è destinata a sgretolarsi, proprio come la biacca bianca sul volto del protagonista di Au Seuil.

E’ insomma un’identità sempre minacciata dalla “deiscenza”: questo termine – chirurgico, lacaniano, botanico - nel “linguaggio dell’immagine” usato in questo cortometraggio è efficacemente espresso dal riaffiorare della pelle nera attraverso le screpolature della biacca.

In questo caso non sarebbe così lontana dalla realtà la “confabulazione” che mi è stata stimolata dalle prime immagini: mimicry; camouflage; la maschera, seccata sul volto, di un attore spossato dalla finzione...

Posso ipotizzare il senso più intimo che questo cortometraggio rappresenta per il suo autore, sulla base di alcune interviste in cui egli narra elementi personali. Dany Colin è nato in Congo da padre francese e madre africana, ma ha vissuto sempre in Francia col padre: vi venne portato da piccolissimo e da lì iniziano i suoi primi ricordi di vita. Negli anni precedenti alla realizzazione di Au Seuil egli si era recato per la prima volta nella sua “terra madre”, il Congo, forse alla ricerca di quella parte della sua identità ereditata per parte materna: acqua, foresta, madre, rinascita, acquistano in questo senso un significato ancor più pregnante.

A prima vista il tema del cortometraggio è quello, veramente importante, dello sradicamento dell’africano che si trova a vivere lontano dalla sua terra, alienato in un contesto occidentale o addirittura cosmopolita.

Tuttavia, la mia impressione è che Au Seuil riguardi una situazione umana più universale: il tema della colonizzazione culturale e della perdita di se stessi in quella zona che si trova “sulla soglia” tra identità profonda e identità imposte.

Il risveglio del protagonista, la ricerca del sé autentico che filtra sempre tra le crepe della maschera sociale, e l’inevitabile “restare” su questa soglia in un mondo che inquina la purezza ogni volta che essa viene ritrovata, riguarda tutti, senza distinzioni.

C’è un momento nella vita di Ferenczi che potrebbe essere rappresentato da questo film.

E’ durante le sedute con Elizabeth Severn che egli scopre, o ammette per la prima volta, di aver subito una sorta di “colonizzazione mentale” da parte di Freud, come se anni di attaccamento quasi servile lo avessero costretto a reprimere la propria identità più profonda per adottare quella imposta dal maestro. Come in una lunga, dolorosa gestazione, e grazie all’aiuto ostetrico di Elizabeth, donna-madre-arcaica, Ferenczi ottiene un traumatico ritorno verso la sua autenticità: è sempre una donna che segna questo passaggio, questa ri-nascita del sé. Ri-nascere “col volto pulito” espone però a una vulnerabilità estrema. Nel caso di Ferenczi l’esito è nella solitu

dine e nella morte; nel caso del protagonista di Au Seuil è nel vagare, smarrito, nella pollution culturale metropolitana.

Au Seuil (Dany Colin, 2014). https://vimeo.com/125040414


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