ODORE


Ho passato la mattinata intera nel mio giardino che oggi sembra esploso: si è tinto di un numero infinito di colori mentre i profumi si diffondono profondi e leggeri nello stesso tempo sommergendomi di ricordi che stamattina “sembravano” essere solo belli. Risentivo il profumo di mia madre e di mia zia che è stata la mia seconda mamma. Poi, mentre ero immersa nella vista, e mi lasciavo avvolgere dal profumo di un albero di acacia i cui rami sono piegati dal peso dei fiori, mi tornava alla mente qualcosa che Daniela Toschi ha scritto qualche settimana fa a proposito di un altro odore, terribile, che ha fatto sì che, un eroe, Filottete, con una ferita putrida da morso di serpente a un piede, venisse abbandonato in una caverna, dove la tragedia di Sofocle racconta che sia rimasto a “marcire” per dieci anni. È stata solo la necessità del suo arco e poi della sua stessa persona a spingere qualcuno, Neottolemo, a prendersi cura di lui e, comunque, ad usarlo (non saprei trovare altra parola) per vincere la guerra contro Troia. Al di là dell’amarezza che provo al pensiero della motivazione di questo soccorso e di tante altre cose che in questo scritto mi hanno colpito, oggi mi vorrei soffermare sugli odori che, molto spesso, per me, sono fonte di emozioni forti e che, quando sono sgradevoli, arrivano a disturbare anche la mia vita lavorativa.

Noi umani abbiamo un numero di recettori olfattivi più elevato di quello dei cani, ma abbiamo perduto la capacità di usarli, quasi che fosse una sorta di anestesia che, mi sorge il dubbio, serva a non sentire il “fetore” del male che noi stessi continuamente disseminiamo sulla terra. È altresì vero che dagli odori è difficile difendersi, mentre gli altri sensi possono essere protetti più facilmente. Anche dai suoni ci si difende piuttosto male, perché alcune frequenze penetrano nel corpo oltre che nelle orecchie; ma l’olfatto no, l’odore penetra nel corpo attraverso l’aria che respiriamo e quindi nutre il corpo che, forse, ne è addirittura impastato, e certamente ne conserva la memoria per tutta la vita. Ecco che gli odori vivono con noi, fanno parte di noi, in qualche modo siamo noi stessi. Infatti, si fa anche un uso metaforico dell’espressione “essere in odore di santità” che sta a indicare lo stato di particolare bontà di qualcuno. Vado pensando che, spesso, per descrivere un odore, le parole non sono sufficienti, ci vuole un ricordo o meglio ancora una storia, e a tale proposito me ne vengono in mente alcune che sembrano sostenere questa mia ipotesi.

Tempo fa, ho ascoltato alla radio un uomo di circa 40 anni che narrava di sé, della sua infanzia e delle torture terribili che la madre, una prostituta psicopatica, gli infliggeva quando era bambino. Aveva vissuto in un ambiente lercio, tra andirivieni di uomini, abbandonato a se stesso quando andava bene, o altrimenti sottoposto a vessazioni e maltrattamenti fatti di punizioni corporali e psichiche, mentre la sua stanza fungeva anche da alcova per la madre. Ogni tanto questa sofferenza s’interrompeva perché veniva mandato in collegio. A un certo punto del racconto ha detto: “Un giorno, al liceo, mentre una professoressa parlava, ho cominciato a sentirmi addosso quel “puzzo” che sentivo da bambino: veniva da me. Era qualcosa di terribile, era il “puzzo” di quella stanza, di quella vita … mi sono salvato con i libri, con le poesie”. Mentre scrivo, mi sovvengono altre storie in cui odori che per me sono piacevoli, come quello della campagna in mezzo agli ulivi, per un mio paziente, rappresentano l’odore del suo inferno interiore in cui è costantemente risucchiato. Mi arriva anche il ricordo lontanissimo di un mio collega che aveva sposato una donna il cui odore all’inizio lo inebriava e da cui si era dovuto separare dopo quasi trent’anni di matrimonio perché, disse, non ce la faceva più a sopportarne l’odore. Ripenso anche al libro “Profumo” di Patrick Süskind, il cui protagonista è ossessionato dall’idea di creare un profumo, e alla follia che lo porta a uccidere un numero incredibile di ragazze -tra l’altro sempre bellissime- per estrarne un profumo che non si può certo immaginare quale sarà. Di sicuro, lo fa cercando qualcosa che in qualche modo ha avuto a che fare con l’immagine terrificante di lui, neonato, nascosto sotto il bancone di una rivendita di pesce, assieme agli avanzi putrefatti del mercato o forse qualcosa di altrettanto devastante, quale era stato il non meno orribile “cibo” della sua infanzia. E mentre tante storie, ascoltate principalmente nella mia stanza di medico e analista, dove gli odori insieme alle immagini e ad altre sensazioni la fanno da padroni, tra ciò che mi viene raccontato e ciò che sento io, mi ricordo di un vecchio, minuscolo sogno da me fatto molti anni fa, in cui qualcuno, non ricordo chi, mi diceva: “ma tu puzzi!”; un sogno presto dimenticato, che oggi, mi torna alla mente assieme al sospetto che volesse semplicemente ricordarmi che sono un essere umano. Gli odori sono sempre stati importanti nella mia vita, li sento molto, conosco l’odore delle formiche anche se non lo posso descrivere se non chiamandolo “odore delle formiche”; non mangio certi cibi se mentre li mastico sento un odore sgradevole, mentre altri che incontrano il mio gusto mi danno un piacere incredibile: sono portatori di tanti ricordi belli e brutti, ma soprattutto, ne vivo il dramma quando non mi piacciono. Devo ammettere, però, che non avevo mai riflettuto sulla dimensione, sulla unicità, sul senso e sul valore di un odore. Ora, avverto una certa confusione nel pensare alla diminuzione dell’olfatto in noi umani, e mi interrogo se anche questa perdita non faccia parte di quel percorso disumanizzante che stiamo tenacemente perseguendo. Ci allontaniamo sempre di più dal corpo fisico che è un unicum con la natura che, al contrario cerchiamo, snaturandola, di dominare e piegare al nostro volere; e mi chiedo se poi sappiamo davvero che cosa vogliamo, o ci lasciamo trascinare da qualcosa che “sembra” e invece non ha alcuna consistenza. Da un lato, c’è una sorta di materialismo fatto di beni che vengono consumati prima ancora che se ne realizzi il senso, con un’attenzione ossessiva all’aspetto estetico del corpo costantemente manipolato per renderlo più bello e attraente, e dall’altro c'è il disconoscimento di tutto ciò che lo rende solido, unico, caldo, amabile, salvo poi lamentarci continuamente della nostra solitudine. Mi sembra di vivere quasi una sorta di degenerazione del pensiero nato dall’Illuminismo, che da espressione nobile della mente, diventa solo uno strumento al servizio dell’inconsistenza, alla maniera de “Il cavaliere inesistente” di Calvino.


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