• Gianni Guasto

ALEXANDRE DUMAS (PADRE) E L’IDENTITÀ DELLO PSICOANALISTA

Aggiornato il: 7 giorni fa




  • Si avvicinò al tavolo centrale, impadronendosi del microfono, ma evitò di sedersi al posto dell’oratore. “Miei giovani colleghi”, iniziò. “L’argomento assegnatomi oggi per questa lezione è quello dell’identità dello psicoanalista. Per trattarlo secondo il mio personale modo di vedere le cose, vorrei parlarvi di un libro. Non parlo, naturalmente de L’Interpretazione dei Sogni, né di Cogitations di Bion, e neppure, come qualcuno che conosce bene le mie inclinazioni potrebbe sospettare, del Diario  clinico di Ferenczi. Parlo invece di un’opera pochissimo, o forse mai prima d’ora, citata nella letteratura psicoanalitica. Parlo de I Tre Moschettieri, di Alexandre Dumas padre. So che tutti voi lo conoscete. E so anche che la mia scelta di oggi mi espone al rischio di mostrare una parte troppo tardivamente adolescenziale di me, una parte legata a un senso  esageratamente romantico e ingenuo dell’eroismo e dell’onnipotenza maniacale. Ma ho deciso di espormi egualmente a tale rischio. Nonostante il carattere avventuroso e maramaldo de I Tre Moschettieri abbia cessato di appassionarmi da moltissimi anni, il fatto che senta il bisogno di tornare a rifletterci è legato alla sensazione che esso contenga un messaggio più sottile, o addirittura nascosto; qualche cosa che va ben oltre le emozionanti avventure di cappa e spada che ci hanno affascinato da bambini. Qualche cosa che si nasconde dietro un’incongruenza già contenuta, resa evidente e allo stesso tempo nascosta, come la Lettera Rubata di Poe, fin nel titolo. Perché i tre moschettieri sono in realtà quattro, e perché il quarto di loro non può ufficialmente chiamarsi tale, almeno per una buona parte del romanzo. Il titolo del romanzo è fra quelli che ne dichiarano il protagonista: come il Vecchio e il Mare, Moby-Dick, Huckleberry Finn, Il giovane Holden. Ma qui l’artificio è più sottile, perché uno dei protagonisti, quello su cui l’attenzione dello scrittore è maggiormente puntata, è celata, né potrebbe non esserlo: perché D’Artagnan non può essere chiamato moschettiere: o almeno non tanto presto. Quali sono gli ingredienti che fanno un “Moschettiere del Re”? Sono almeno cinque: il brevetto, innanzitutto, e poi la casacca con la croce che ricorda l’uniforme dei cavalieri templari, contornata dal cappello sontuosamente piumato e dagli stivali flosci; e infine il cuore, seguito dal sentimento di appartenenza a un gruppo, dalla lealtà verso i compagni, dalla fedeltà al Re, e dalla spada. Cominciamo da quest’ultima, che mi consente di uscire dalla metafora, essendo facilmente identificabile con la tecnica. Essa non può essere appresa attraverso un bidimensionale rapporto istruzione/esecuzione, ma soltanto suscitata. Dicendo ciò, mi riferisco, ovviamente alla differenza che passa fra ciò che si ottiene con l’imitazione (quella che Meltzer chiamerebbe “identificazione adesiva”) e il derivato di un processo introiettivo che consente di essere allo stesso tempo e senza discontinuità qualcun altro e genuinamente se stessi. Naturalmente so bene che, dicendovi queste cose, corro il rischio di suscitare in voi un moto di fastidio, perché, essendo l’ABC di qualsiasi insegnamento possiate aver già ricevuto, non potete che trovarle noiose, risapute, stantie e banali. Ciononostante, perdonate se insisto nel voler attirare ugualmente la vostra attenzione su ciò che accadrebbe a chiunque dovesse sostenere un assalto di scherma, avendo a disposizione, come unica dotazione personale sostenuta da un mandato superegoico ed esclusivo, soltanto un numero limitato di colpi e di parate. Se cioè la scherma potesse essere insegnata ed applicata secondo un canone rigido, ben lontano da quel radicale “non sapere” che Freud, nel definire le regole -che lui chiama prudentemente “consigli”- da fornire al medico che intenda trattare un paziente con la psicoanalisi, paragona al gioco degli scacchi, del quale si possono insegnare soltanto le mosse di apertura e di chiusura, ma mai le mosse centrali, che devono essere affidate all’intuito, all’esperienza, alla creatività, e anche all’improvvisazione del momento. Un assalto di scherma condotto da uno spadaccino istruito presso una scuola rigidamente normativa e limitante l’iniziativa del singolo allievo, sarebbe sicuramente destinato ad avere un esito infausto; e ciò perché, nello scontro con l’avversario dovrebbe sostenere una lotta impari, essendo dotato di un numero anche elevato di soluzioni di strategia, di attacco e di difesa, di stoccate e di parate; ma pur sempre in quantità  troppo esigua rispetto a chi, non avendo limiti, potrebbe contare su di una dotazione incommensurabile di soluzioni tecniche di difesa, evitamento e contrattacco. E veniamo al cuore. Senza cuore non si può essere moschettieri: al massimo guardie del Cardinale, o mercenari, o lanzichenecchi. Il cuore è ciò che spinge avanti il corpo e la punta della spada; mentre la passione è ciò che lo manda oltre -come si usa dire- l’ostacolo. La fedeltà al Re, invece, è un atto di fede in qualche cosa che sta sopra il Re, ed è (o dovrebbe essere) re di ogni Re. È ciò che nel linguaggio esoterico dei componenti il Comitato Segreto (composto dai “paladini” Ferenczi, Rank, Jones, Eitingon, Abraham e Sachs) era chiamato “Die Sache”, la Causa: parola indispensabile e pericolosissima, il cui uso può essere devastante e perfino mortale. È inutile che ve ne spieghi la ragione, che potete più efficacemente immaginare per conto vostro. La cappa, il giustacuore: iuxta cuorem, vicino al cuore, e non soltanto per proteggerlo. E le croci, che servono a essere riconosciuti dagli altri, e che diventano un problema se usate per riconoscere se stessi. A proposito: stavo per compiere una dimenticanza, o un atto mancato. Stavo omettendo di parlarvi dell’appartenenza al gruppo. I gruppi, lo abbiamo imparato bene da Bion, sono la nostra ricchezza, il nostro compito e la nostra malattia. Senza di essi non possiamo pensare, e verso di essi abbiamo l’enorme responsabilità di farli vivere. Ma possono essere anche l’origine del veleno mefitico e insidioso del conformismo, dell’obbedienza al dogma, della rinuncia alla libertà e dell’uccisione della creatività. Pensandoci bene, anche il compito di vivere e operare in gruppo dovrebbe essere annoverato fra i “mestieri impossibili” di cui parlava Freud. E infine il brevetto, del quale, non essendo del tutto certo di averlo mai posseduto, ho troppo poco da dirvi, se non che è come il nostro nome: impossibile non averlo, impossibile farlo bastare. Grazie a tutti voi, per avermi permesso di pensare queste cose”.


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