• Adele Di Florio

I LUOGHI DELL'ABBANDONO


E’ sabato pomeriggio e sento il bisogno di andare in paese. Mi devo inventare qualcosa di necessario da fare perché il servizio di vigilanza locale potrebbe chiedermene ragione, ma sono a corto di idee. Salgo in macchina e parto fiduciosa: qualcosa inventerò. Che strano, la strada è completamente vuota, l’ingresso del paese libero, il parcheggio quasi tutto per me. Il cielo schiarisce e un pallido sole illumina un luogo che quasi non riconosco; per la prima volta noto cose che non avevo mai notato prima: gli oggetti. Il paese fa l’impressione di una sala da pranzo che nessuno ha riordinato dopo una cena. Ma non è una stanza, ci sono strade, vicoletti, la fontana, le statue, le foglie che sembrano le sole cose vive insieme agli alberi perché il vento le muove. Le porte chiuse, le saracinesche dei negozi abbassate, nessun colore, nessuna voce. Il paese è vuoto e questo silenzio ha qualcosa di inquietante. “L’atmosfera è surreale” mi diceva ieri qualcuno, mentre qualcun altro lamentava di non conoscere più il senso del tempo: riconoscono e danno voce ad emozioni precise mentre io ora mi sento smarrita, confusa, non trovo ancora le parole per descrivere ciò che provo. Sento di dover lasciare che le lacrime scorrano e che l’aria se ne nutra come se dovesse mantenere la memoria di noi umani. E mentre le lacrime scendono libere, altre immagini appaiono davanti ai miei occhi, immagini di luoghi lontani nel tempo e nello spazio, le città fantasma, città abbandonate dai propri abitanti per motivi vari, spesso di natura economica o, come Pryp’jat (Chernobyl) evacuata dopo il disastro della centrale atomica. Sono luoghi angoscianti dove gli oggetti della vita quotidiana lasciati da chi non ha avuto tempo per organizzare l’esodo, sembrano quasi resti umani che chiedono attenzione. E’ ancora vivo dentro di me il ricordo del manicomio di Volterra, forse il primo luogo di questo genere da me visitato, era quasi una cittadella dove letti, armadietti e carrellini di medicazione ormai erosi dal tempo continuavano a vivere e a raccontare la storia degli abitanti del luogo. La paura, il dolore, l’angoscia si sono impadroniti di me e stanno trasformando il mio piccolo paese, rinchiuso in se stesso, in uno scenario apocalittico dove tutti gli oggetti e i manufatti umani sono rimasti intatti ma l’artefice è scomparso, come se fosse volato via, quasi una forma di ribellione del bambino che abbandona il suo catello di sabbia sulla spiaggia perché stanco di quel gioco e smette per andare a cercarne un altro. Ora il paese si è popolato di fantasmi: sono i miei ma anche quelli delle persone che ascolto in questi giorni: assumono le sembianze di Anna, la ragazzina protagonista dell’omonimo libro di Niccolò Ammaniti. Anna può essere solo un fantasma perché è un personaggio inventato che vive in Sicilia (siamo nella nostra epoca) dove una malattia chiamata “La Rossa”, provocata da un virus letale che si diffonde rapidamente, uccide tutti gli individui adulti, solo i bambini sopravvivono ma moriranno quando diverranno adulti. Un libro comprato due volte, letto con una difficoltà indicibile e una copia volutamente lasciata nella casa di vacanza di Modica dove ero riuscita a completarne la lettura. Una storia di cui non si può parlare, è qualcosa da vivere intimamente e che in questo momento sto vivendo come se fosse appena cominciata, qui, in questo paesino della Toscana mentre insieme alla paura si riaffaccia la vecchia domanda sul perché muoiono solo gli adulti, su cosa ci vuole dire lo scrittore e qual è la metafora. E’ la stessa domanda che mi ero fatta leggendo “Cecità” di José Saramago dove, ad un certo punto, non capisci più se i veri vedenti sono coloro che sono diventati ciechi perché ammalati o i “normali vedenti” perché non contagiati. Ancora non so cosa imparerò da questa esperienza, per ora la sto vivendo attraverso l’osservazione, l’ascolto e la lettura di messaggi che mi arrivano dal telefono, la tivù e qualche social. Vado sulle colline a girovagare ma non con gioia, la primavera già evidente non mi rallegra, anzi, diventa un ulteriore motivo di malessere perché è priva della figura umana di cui non ho mai saputo fare a meno. Non ce la faccio a gioire dei corsi di cucina o di yoga di cui è pieno il web. Non ho riscoperto l’emozione “dell’Inno Nazionale” o di “Bella Ciao” che mi hanno sempre commossa mio malgrado, forse perché, nella mia città di origine c’è una strada “Via Martiri 6 Ottobre” intitolata ai ragazzi partigiani uccisi dai nazi-fascisti durante la Resistenza. Mano a mano che crescevo e studiavo la storia, quella strada è diventata, per me, la strada di tutti coloro che avevano lottato e lottano per la libertà su questo pianeta. E’ la mia “Statua della Libertà”. Fra i miei pazienti, tutti angosciati ma ubbidienti, stranamente sono i più giovani a fami riflettere su quanto noi umani siamo principalmente corpo: materia visiva, calda e con un suo odore. L., il più giovane di tutti miei pazienti, ieri, poco prima della fine della seduta via Skype, mi ha detto: “Mi sento strano, non facciamo niente, siamo seduti l’uno di fronte all’altro ma mi mancano tutta una serie di piccole cose fisiche, i gesti, lo sguardo, l’espressione… non è la stessa cosa, così è tutto così freddo!”. Sempre ieri, un’altra paziente, anch’essa molto giovane, mi ha raccontato che mentre mi chiamava aveva sentito il profumo della stanza dell’analisi. E non sono gli unici a dirmi quanto manchi loro quella stanza, dove una “persona in carne e ossa” li “accoglie” e permette loro di ri-trovare qualcosa “ignoto” di cui sentono la mancanza.

(foto di copertina: Chernobyl, di Antonio Porcelli)

100 visualizzazioni