SULL’EROTIZZAZIONE DEL TRANSFERT


A volte, quando riflettiamo da soli o con colleghi sul problema del transfert erotico, può capitarci di soffermarci troppo o esclusivamente sul piano dell’interazione di livello fallico, magari rifugiandoci nel porto sempre sicuro della triangolazione edipica. Questo criterio, oltreché concettualmente limitante, può risultare anche pericoloso, perché implica il rischio di fossilizzare la relazione sul tema “rifiuto o accettazione” del passaggio all’atto di una fantasia incestuosa (che non è necessariamente esclusiva dell’analizzando; e che potrebbe talvolta risentire persino di fantasie inconsce o di aree cieche dell’analista). Per evitare tutto ciò, credo sia corretto scendere dal livello triangolare a quello diadico, riflettendo sul fatto che se, come sostiene Ferenczi, una piena risoluzione del conflitto edipico è possibile soltanto a partire da una solida relazione madre-bambino, caratterizzata perciò da una sintonica responsività materna ai bisogni infantili, occorre dedurne che, sul versante opposto, il desiderio incestuoso è spinto da un bisogno di “iperpossesso” dell’oggetto primario, e da un’insostenibile angoscia di perdita dello stesso, al punto che ogni più piccola separazione è accompagnata da una forte sfiducia sul fatto che l’oggetto momentaneamente assente possa ritornare. E’ per questo che le violazioni dei confini del setting, di cui neppure troppo di rado sentiamo parlare, hanno un effetto paralizzante sull’evoluzione del transfert ed esitano tanto frequentemente in condizioni di stallo interminabile; e, a volte, persino dando luogo a conseguenze drammatiche.


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