FALSE PARTENZE


Giornata Mondiale sulla Prevenzione del Suicidio

Genova, Palazzo Tursi, 10 Settembre 2016

Io sarò banale, ma alla fine di questa chiacchierata, tutto ciò che vi avrò detto sarà, in buona sostanza, che per prevenire la morte, non c’è altro che la vita. Così, se qualcuno preferisce astenersi dall’ascoltare ovvietà, è avvertito in partenza, e può regolarsi come crede meglio.

Ma la realtà è semplice, e persino scontata, e ammantarla di tecnicità, numeri, grafici e parole difficili sarebbe soltanto un’inutil precauzione. Poi il conto verrebbe presentato ugualmente.

Io non so se ho scelto di fare lo psichiatra perché temevo di veder la gente morire fra le mie mani. Certo, l’idea di restare solo in un Pronto Soccorso, come mi capitò per qualche mezz’ora al tempo del tirocinio post laurea, mi spaventava parecchio. E’ terribile avere in mano la vita di qualcun altro. E se arriva qualcuno in fin di vita che faccio? mi chiedevo. Poi pensavo: telefono al dottor Pesce, mio medico di famiglia. Che era un po’ come chiamare mia mamma.

Da psichiatra tutto sembrava diverso: non c’era molto corpo in ballo. Per me poi, rapito da subito da quella declinazione particolare della psichiatria che è la psicoanalisi, il corpo addirittura evaporava ed era trasformato in una serie di metafore avvincenti e creative. Non che allora ne fossi capace. Ma ero deciso a diventarlo.

Però la morte era sempre lì.

Il mio primo studio fu in un attico sopra la casa dov’ero cresciuto, la casa di mia madre. Quindicesimo piano. Ricordo due pazienti: uno soffriva di fobia dell’altezza. Gli avevo consigliato un collega che aveva uno studio al pianterreno, ma lui era disperatamente attratto da quegli stessi strapiombi che tanto lo atterrivano, e la sua vita era interamente dominata dalla preoccupazione di evitarli. Era un pensiero che lo attanagliava. Ciononostante, o forse proprio per questa ragione, scelse di venire da me. Il solo pensiero di passeggiare lungo il marciapiede di corso Italia, accanto alla ringhiera che dà sul litorale, per lui era insopportabile. E così, quello che accadde è che dovemmo rimanere tutti e due, metaforicamente, avvinghiati sull’orlo del precipizio per dieci lungi anni. Alla fine, andò bene. Ma il percorso fu un calvario. Ogni volta che rimaneva solo nella sala d’attesa ad aspettare il suo turno, cominciava a pensare di precipitare. E solo quando finalmente si trovava in mia presenza si calmava. Non che io avessi qualche speciale proprietà taumaturgica: no. Semplicemente delegava a me il compito di preoccuparmi. E io, che in quella casa ci ero praticamente nato, ero tranquillissimo, e tanto bastava. Poi, però doveva farmi scontare quei pochi interminabili minuti di attesa, trascorsi in angosciosa solitudine. Ma anche quello gli serviva a evacuare i pensieri infestanti che lo riempivano.

L’ultimo giorno, forse per manifestarmi un senso di gratitudine, esordì dicendo che aveva mal di schiena. “Come mai, gli chiesi?”; “Ma niente, rispose. E’ che ho trascorso la domenica pomeriggio lavorando per sostituire alcune tegole rotte, sul tetto di casa”. Era il suo modo di salutarmi. Non lo rividi mai più.

L’altro paziente, invece, era un insegnante con una lunga militanza politica alle spalle. Lo chiamerò Eugenio. E’ morto da qualche anno per un tumore, e ci siamo fatti compagnia per molti anni, in due tranches di analisi intervallate da un tempo molto lungo: un’analisi per la mezza età, e una per la vecchiaia. Poi, lui volle interrompere quest’ultima proprio quando, alla fine, riuscimmo a immergerci nel tempo dell’infanzia più remota. Per lui era troppo.

Agli inizi del nostro primo percorso non poteva trattenere momenti d’odio nei miei confronti. Allora, fra una seduta e l’altra, andava a esplorare il passaggio fra le due scale del palazzo, e guardava lo precipizio vertiginoso oltre il parapetto. “Ho pensato che potrei suicidarmi da casa sua” mi ripeteva. Io non gli dicevo niente, lo ascoltavo. Ogni volta che usciva dalla porta dello studio avevo paura. Ma mi tranquillizzava il sapere che ogni tentativo di ancorarlo, legarlo, imprigionarlo, rinchiuderlo, o narcotizzarlo, sarebbe stato inutile. Chi vuol proprio morire ci riesce.

Una volta, durante un seminario con il prof. Francesco Corrao, un famoso psicoanalista siciliano, un allievo chiese: “e se un paziente, nel mezzo di una seduta si alzasse e tentasse di buttarsi della finestra, lei professore, che cosa farebbe?”. “Lo afferrerei per la vita”, fu la riposta. Quella risposta non mi piacque per niente. Suonava inutilmente retorica, vuota, elusiva, irritante.

Invece era piena di saggezza.

Ripensando a Eugenio, a quei momenti in cui rimanevo in silenzio rispetto alle sue (in realtà leggere, prive di rabbia distruttiva) minacce di suicidio, io rispondevo con l’attesa, il non sapere, la calma di fronte al destino che non si può tener stretto fra le mani; soprattutto quello degli altri.

Se avessi dovuto sottrarlo d’autorità alla morte (non potendo impedire che la stessa potesse giungere per qualche altra via), avrei potuto sovraccaricarlo di farmaci, oppure farlo ricoverare. Un tempo, il manicomio avrebbe rassicurato tutti. La tomba è la fine di ogni pericolo di morte, salvo poi qualcuno che s’impicca con la cintura del pigiama.

Il problema non era soltanto che Eugenio voleva farmi sentire il peso che mi sarei caricato sulle spalle prendendolo in cura (quello stesso peso che lo schiacciava). Come a dire: guardi, ci pensi bene prima di imbarcarsi con uno come me …

Il problema -lo comprendo lucidamente soltanto ora- stava in ciò che io intuivo senza neppure rendermene conto, e che si risolveva in quella mia fatale rassegnazione, che non era disinteresse; perché, se una cosa deve succedere, succede. Perché spesso, anche se non sempre, i muri e gli impedimenti sono rassicurazioni che servono soltanto a noi che curiamo: pura medicina difensiva.

Accidenti, non fraintendetemi. Non voglio dire niente di più di quello che sto dicendo. Non voglio mica dire che gli ospedali non servono e che ognuno deve essere abbandonato al suo destino. Anzi, è proprio il contrario. C’è più attenzione e legame nella preoccupazione di una madre per un figlio lontano, che in un’ossessiva mania di controllo, che poi è parente stretta del disinteresse.

A sentire queste mie considerazioni ci sarà certamente qualcuno che se ne scandalizzerà: ma come? Lei è un medico, uno psichiatra per giunta, e di fronte a un paziente che dice di volersi ammazzare, lei sta lì a guardarlo?

Io credo che si debba fare proprio così: guardarlo. Puntargli gli occhi addosso ed essere così vicini che la morte la si guarda in due. Perché chi vuol morire davvero troppo spesso è solo. Anzi sempre.

Dicevo della mia rassegnazione, del mio non affannarmi a correre ai ripari. Nella mia preoccupata tranquillità di allora, mi aiutava l’inconsapevole percezione del fatto che non si può che vivere nell’incertezza; in quella del domani, del destino. E aiutava anche Eugenio, perché un’attenzione costante, ma libera da un pervasivo sentimento di allarme, era qualcosa che non aveva provato mai durante la sua primissima infanzia, quando le cure materne e familiari erano costantemente allarmate proprio perché insufficientemente appassionate, o fornite di malavoglia, o nel costante subbuglio causato da angosce materne e familiari del tutto ingestibili.

E forse, ciò che fece smettere Eugenio dal pensare ossessivamente al suicidio fu proprio quel senso di accettazione della precarietà della vita, e soprattutto dell’ineluttabile necessità di accettare un certo grado di fiducia nella persistenza dei legami che scaturiva dall’incontro trisettimanale fra le nostre due menti. Ciò che regolarmente spariva, alla fine di ogni seduta, all’inizio della seduta successiva sarebbe riapparso con ragionevole certezza.

La persistenza dell’oggetto di relazione è ciò che manca al bambino trascurato, poiché ogni separazione è un precipizio mortale, nel vuoto, un “cadere senza fine”, la disperazione per ciò che sembra non potere (o non voler) tornare mai più.

Più tardi, a mente fredda e diventata capace di riflettere, avrei capito di che cosa si trattava. E forse lo sto capendo meglio adesso, mentre lo scrivo. Ma nel nostro mestiere, non sempre è necessario sapere esattamente ciò che si fa, e perché lo si fa.

Eugenio era nato in tempo di guerra, bambino indesiderato, ultimo di tre maschi. Uno dei fratelli era morto giovane, mentre con l’altro non ci fu mai intimità. Quando, molti anni dopo, morì anche l’altro fratello, Eugenio non andò al suo funerale, e mi disse di non averne capito la ragione.

Alla nascita, Eugenio era molto gracile. Il medico diceva: “questu figgieu, besoriae rifallo da cappu. O l’ha de die sottî che pan brichetti” (questo bambino, bisognerebbe rifarlo daccapo. Ha dita così sottili, che sembrano fiammiferi).

La sua idea -forse esagerata, ma non per questo meno vera per lui- fu sempre quella di essere guardato dalla madre come un animale disgustoso e repellente. Anche il suo evidente strabismo, di cui non mi parlò mai, era qualcosa che lui non doveva sapere, non doveva ricordare. Forse non me ne parlò mai perché temeva che io gli dicessi che non mi piaceva, perché brutto, oppure inadatto a comunicare piacevolmente, guardandosi dritti negli occhi. E d’altronde io non potevo entrare nei suoi pensieri più segreti troppo direttamente rischiando l’indiscrezione o quella brutalità che sentivo essere una sua forma di angoscia.

In quell’ambiente familiare che lo faceva sentire trascurato e che probabilmente lo malsopportava davvero, Eugenio sentiva la propria fragilità come un peso per una madre troppo lontana da lui, troppo poco sollecita nell’attenderlo a braccia aperte all’uscita del canale del parto.

Perché quando veniamo alla luce, tutti noi abbiamo bisogno che qualcuno ci attenda con trepidazione, e che ci accolga con calore. Perché ogni nascita è un trauma, e richiede una remunerazione. Pensateci, è accaduto a noi tutti. Ci siamo risvegliati all’autocoscienza da un sonno privo di vigilia, in un ambiente che la maggior parte di noi pensa come confortevole, acqueo, caldo, buio, morbido e tendente ad adattarsi un po’ al nostro corpo che cresce a velocità esponenziale, rispetto alle trasformazioni che avverranno durante il resto della vita. Ai nostri movimenti, ai nostri calci.

Poi all’improvviso tutto divenne stretto, e fummo spinti con violenza fuori, in un mondo asciutto, aperto e sconfinato, pieno di rumori, correnti d’aria, luci abbaglianti che attraversano le palpebre chiuse, rumori misteriosi, voci sconosciute e laceranti, superfici fredde e dure, sensazioni tattili mai provate prima. Cos’è la lana per chi non vi sia mai venuto a contatto? Cos’è il materiale sintetico di un pannolino? O addirittura gli aghi, le cannule, i sondini, le pareti rigide di un’incubatrice? Provate voi a fare esperienze inaspettate e senza alcun significato in cui incasellarle. Lo avete mai provato? Sono oggetti senza nome.

E quel passaggio terribile, l’esperienza dell’asfissia che spinge a forza il primo respiro. La morte. Nascere E’ morire. E’ una parte di noi -quella dell’uovo- che muore. “Nasce l’uomo a fatica, ed è rischio di morte il nascimento”, recita il Poeta.

Per riuscire a tollerare la separazione così improvvisa e priva di significato dal nostro primo nido, abbiamo avuto bisogno di un contenitore sostitutivo: questa volta non più quella specie di otre di carne che abitavamo prima, ma un contenitore parzialmente virtuale e allo stesso tempo solido, e in continuo movimento. Un contenitore fatto di braccia, mani, capezzoli, bocca, pelle, calore e suono di una voce particolare che diventa familiare e irrinunciabile, guida, bussola nel buio totale.

E soprattutto occhi, occhi come fari, nel cui fascio di luce rimanere continuamente in vista, perché non ci riperdiamo nel buio. Ma soprattutto, mente. Ogni bambino che cresce sano, abita a lungo la mente della madre.

Per molti anni, io fui il padre di Eugenio. Così, almeno, si espresse lui, una volta, parlando al telefono con mia moglie: “suo marito, per me, è un padre, anche se è tanto più giovane di me”.

Assumere quel ruolo, per me, che all’epoca non avevo ancora figli, non fu poi troppo difficile, perché obbedii a uno dei compiti fondamentali che spettano a uno psicoterapeuta: quello di accettare gli abiti che il paziente gli chiede di indossare.

Quegli abiti, quel ruolo attivo, per Eugenio, erano ormai logori e smessi. Erano stati il suo modo di attraversare la militanza politica, un modo severo e molto maschile di dirigere, amministrando la giustizia sociale secondo un codice rigoroso, come quei tempi richiedevano.

Giunto alla crisi dei cinquant’anni, Eugenio si accorse di non voler più essere un “dirigente” politico cioè un “paterfamilias” in un partito di pari molto coesi: lui, che non aveva mai voluto aver figli, e che sognava ancora di imparare a danzare, acquistando la leggerezza del corpo adolescenziale che non aveva mai avuto, lui che cercava -anche se soltanto nei sogni a occhi aperti- meravigliose ragazze da sedurre, che non avrebbe osato mai avvicinare, anche perché sostenuto in maniera forte e sicura dalla sua compagna, madre inapparente di un preteso capo di famiglia.

Fu facile per me essere il padre di Eugenio, e allo stesso tempo complicato, perché venendo a prendere il posto d colui che non lo aveva capito né sostenuto a sufficienza nella vita reale, del suo vero padre, cioè, avrei dovuto anche sobbarcarmi il peso dell’espiazione, perché quella voce soffocata di protesta, precocemente deviata al di fuori della famiglia, nella lotta di classe e contro ogni prevaricazione esterna, doveva finalmente essere riconosciuta per quella che era in realtà: la voce di un bambino piccolo, addolorato e solo, che soffocava il proprio grido di dolore indirizzato verso i genitori, forse per timore di ritorsioni insostenibili, di abbandoni definitivi. Furono anni tormentati, nei quali Eugenio mi fu assiduo nella sofferenza e nella sperimentazione di uno spazio a lui espressamente dedicato. Poi venne il tempo in cui ritenne di poter fare da sé, e io non ebbi obiezione alcuna, fiducioso ormai che ce l’avrebbe fatta.

In effetti andò così. Eugenio non prese mai più gli antidepressivi di cui non poteva fare a meno all’inizio del nostro percorso, e il suo lavoro d’insegnante si concluse pacificamente, con la pensione.

Passarono alcuni anni, poi un giorno mi richiamò. Voleva parlarmi di un senso di vuoto, di inutilità, dl rimpianto di non aver voluto avere figli propri, della sua difficoltà di relazione con il figlio della compagna, nato da un precedente matrimonio della donna. In breve, mi chiese di riprendere l’analisi.

Io avevo da tempo lasciato lo studio nella casa di mia madre; ora, alcuni studi dopo, ricevevo lavorando intra-moenia nel servizio pubblico, in ore espressamente dedicate.

iniziammo a lavorare e il lavoro sembrava procedere bene.

Eugenio era molto cambiato: era diventato anziano, e doveva confrontarsi con il declino fisico, e con il rimpianto delle occasioni perdute. Ma non fu mai depresso al punto di riprendere i farmaci. Nel frattempo, anch'io ero cambiato. La mia maturazione personale e la mia esperienza clinica nei Consultori genovesi mi aveva portato a lavorare con bambini piccoli, con madri depresse e sofferenti, con donne giunte alla maternità senza rendersene conto, senza esservi preparate, o le cui vite erano attraversate da lutti inconsolabili.

Da principio avevo constatato come donne giunte alla maternità ancora adolescenti, provavano spesso un senso di estraneità nei confronti dei loro bambini. Il passaggio fondamentale dalla condizione di figlia a quella di madre, avveniva in un tempo nel quale i conti non erano ancora pareggiati.

Poi per me ci fu un incontro fondamentale. Al culmine di una lunga e sofferta ricerca di una solida identità professionale, ci fu l’incontro con un autore, l’ungherese Sándor Ferenczi, pioniere della psicoanalisi e per molti anni intimo di Freud, che cambiò la percezione della mia identità. Di lui e del suo lavoro non posso oggi parlarvi. Se lo menziono è soltanto per citarne un passaggio, tratto da un articolo che egli scrisse nel 1929, intitolandolo “Il bambino male Accolto e la sua pulsione di morte”:

“«Il lattante é molto più vicino alla non esistenza individuale di quanto non lo sia l’adulto, che ne é separato dall’esperienza della vita. Scivolare all’indietro, verso l’inesistenza, potrebbe quindi essere, per i bambini, molto più facile. (Ferenczi 1929, vol. IV, pag. 48).

Della morte precoce di lattanti trascurati, soggetti a malattie improvvise, ci sono ampie evidenze nella letteratura scientifica, a partire dagli studi di René Spitz che nel 1936 pubblicò una ricerca sulla condizione dei neonati ospitati negli orfanotrofi inglesi, e registrò la loro particolare fragilità fisica, oltre all’isolamento psicologico, dovuta a un corpo che poteva reagire all’insufficienza di cure (un’infermiera tutta per loro per pochi minuti al giorno) anche in misura estrema.

Ma dei bambini trascurati, pochi arrivano a conseguenze così gravi. La maggior parte vive in condizioni di difficoltà anche fisiche, e sempre, in tutti i casi, psicologiche che se non compensate, accompagnano l’intero arco di vita.

Perché la vita, che è inseparabile dalla morte nella sua intima essenza, ha bisogno di nascere in compagnia di una salutare dimenticanza, quella della morte. La consapevolezza della fine dell’esistenza, per essere fisiologica, deve affermarsi con il tempo, aumentando progressivamente e con lentezza fino al momento in cui la crisi di mezza età intervenga a pareggiare i conti. Afferma Jung che “nell’ora segreta del mezzogiorno della vita” l’uomo comincia a morire. E in questa accettazione della morte vi sarebbe, secondo lo psicologo svizzero, il segreto per rimanere vivi a lungo.

Ma quando si è troppo piccoli, no. L’incontro con la morte fisica, o con un divieto di accesso alla vita psichica come quello sperimentato dal bambino male accolto alla nascita, rende quest’ultima una “falsa partenza” che necessita di ritrovare un punto d’avvio su una base sicura. E questa la si può trovare soltanto in una solida reazione affettiva.

Oggi, giunto all’età della pensione, lavoro alla Finestra sul Porto del CEIS, una comunità terapeutica per adolescenti, che è un luogo dove si radunano le False Partenze.

Sono tutti ragazzi sofferenti per quello che Michael Balint chiamò un “difetto fondamentale”, un vuoto cioè, all’origine, alle fondamenta.

Se paragono la mia esistenza con la loro -e non posso evitare di farlo ogni volta che li incontro- non posso che guardare con stupore a quello che fu il mio interminabile svezzamento: nato sotto una stella ragionevolmente benigna, protrassi la dipendenza infanto-giovanile fino al limite estremo della maturità, senza interruzioni, e me ne andai di casa dopo una fin troppo lunga permanenza all’università.

Non così loro, la cui “nascita alla vita psichica” è stata a lungo ostacolata da incidenti, interruzioni, e da una serie infinita di impedimenti dei genitori a svolgere il loro ruolo di sostegno: malattie mentali, ludopatie, tossicodipendenze. Oppure semplice assenza di interesse: come quel padre che ha chiesto di rinunciare alla patria potestà, o quella madre che ha avuto troppi compagni, uno dei quali le ha violentato la figlia. Uccelli caduti dal nido prima di ancor prima di avere imparato a volare. Buttati giù perché non visti, perché dimenticati perché ingombranti.

John Bowlby, uno psicoanalista che dedicò molto tempo della sua esistenza allo studio dell’etologia, ci ha regalato alcuni concetti seminali, ai quali non si potrà più rinunciare. Ne voglio citare due: il primo è quello di “attaccamento”. L’idea gli è certamente venuta osservando i piccoli di certe scimmie viaggiare aggrappati al pelo che ricopre in maniera abbondante e lunga il ventre materno. Quell’aggrappamento, quel sentirsi ancora saldamente sostenuti per un certo periodo dopo la nascita, è, nella specie umana, fondamentale per lo stabilirsi del senso di sé, dei propri limiti nello spazio e nel tempo, del proprio essere nel mondo, perché attinge direttamente al desiderio della madre di voler sostenere, di essere preoccupata del nostro destino, alla sua consapevolezza della nostra fragilità. Un attaccamento “sicuro” è quello che nasce quando la preoccupazione, il senso di responsabilità e di preoccupazione materna per il nuovo nato, il desiderio di cura, in una parola, vengono acquisiti, introiettati dal piccolo e diventano patrimonio del suo corredo affettivo. Solo così, solo avendo introiettato una madre accudente, il figlio potrà definitivamente bastarsi, pensare a se stesso.

Quando questo compito fallisce, quando la preoccupazione materna non c’è, quando il bambino non è visto o peggio usato come oggetto di sfruttamento o di piacere, l’attaccamento che si stabilisce (non avendo il neonato possibilità alcuna di rifiutare cure inappropriate, carenti, o addirittura parassitarie), diventa insicuro, o ambivalente. Ci si fida e al contempo non ci si fida di chi ci accudisce, e con il tempo si diventa insicuri, troppo insicuri di sé, e ciò può essere fino al limite estremo. Come accade ai ragazzi della Comunità a cui di tanto in tanto occorre chiedere: “da zero a cento, quanto ti interessa vivere?” E loro, dopo un salutare sentimento di angoscia, rispondono con esitazione: “cinquanta”.

Un altro concetto indispensabile che Bowlby ci ha lasciato mutuandolo dall’etologia è quello di “base sicura”. Attraverso di esso, l’Autore dipinge il percorso dell’emancipazione, quello che va dallo svezzamento alla compiuta adolescenza. Nell’osservare i piccoli delle scimmie che viaggiano appesi al corpo materno, gli etologi ne descrivono i tentativi di esplorare il territorio circostante, compiendo percorsi circolari di diametro sempre più largo, per correre immediatamente sul corpo della madre, al minimo segnale di pericolo. Il corpo della madre diviene così la meta del “rientro alla base”; è la “base sicura”.

Così, ogni volta che parlo con i ragazzi della Comunità, ripenso alla base sicura. Che non c’è stata, soprattutto negli adottivi.

Già, gli adottivi, la cui esperienza di “difetto fondamentale” è moltiplicata per cento. C’è chi è stato abbandonato alla nascita: anche questa è una cesura, perché della vita intrauterina, qualche memoria sia pure inenarrabile la conserviamo: ce lo confermano, oggi, le neuroscienze.

C’è chi, soprattutto se nato in paesi le cui condizioni di welfare sono peggiori che nel nostro, dopo l’abbandono iniziale, ha vissuto l’esperienza in orfanotrofio, neppure troppo di rado in condizioni sub-umane. Una volta conobbi un ragazzo che da bambino veniva messo in gabbia. Quello stesso ragazzo con il quale mantengo ancora un tenue filo su Facebook, dove parla del suo tedio della vita.

Dopo l’orfanotrofio, spesso c’è l’adozione, e quando questa fallisce, c’è la comunità. Quando vengono da noi, questi bambini la cui esperienza di vita non è più unitaria perché spezzata da troppe cesure e dall’accumularsi di troppe identità disordinatamente sovrapposte, si è all’ultima spiaggia, prima del gran salto nella vita. Per loro questo salto non è affidato all’amore di mia madre, come accadde a me, ma a l’inesorabilità dell’età anagrafica. Dopo il diciottesimo anno non potranno più restare con noi.

Durante questo intervallo stretto, la nostra sfida è quella di costruire legami. Di realizzare relazioni in qualche modo familiari, che possano depositarsi come isole, sempre troppo piccole, di “base sicura”. Che almeno una volta loro siano stati oggetto di valore per qualcuno, motivo di preoccupazione. ”Bed and Breakfast”, un ragazzo che si fa di crack, è colmo di gratitudine quando Davide -detto Law and Order-, che è il suo educatore preferito, lo asfalta di rimproveri perché non mette in ordine la stanza, perché mangia troppo, perché si alza vergognosamente tardi. E quanto alla coca, bé quella è un po’ una fanfaronata, o quasi. Ma per lui è la prima volta che qualcuno lo rimprovera con tanta rabbia per qualcosa in modo totalmente disinteressato, ma non per questo meno furibondo. Che qualcuno è sinceramente, cordialmente “incazzato” per come butta via la propria vita. A lui che ruba motorini e fuma un po’ di crack per darsi un senso nella vita, è scappato di ammettere, con una certa riluttanza, che siamo noi l’unica famiglia che abbia mai avuto.

Sempre ammesso che riusciamo a fornire un angolo di base sicura a questi uccelli espulsi dal nido appena nati, che troppo presto dovranno fare da soli pur dopo una “falsa partenza” che tanto aveva posticipato il loro inizio rendendo il percorso di crescita troppo breve e discontinuo, la porzione di terreno su cui saranno costretti a poggiare sarà sempre troppo ristretta e malsicura. La nostra sfida sarà comprendere se, rispetto al non averne avuta alcuna, essa potrà pur fare la differenza fra il vivere e attraversare qualcosa che vita non sarebbe.

Grazie.


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