SULL'«AUTORIZZARSI DA SÈ»


Un amico reduce da una pluriennale formazione lacaniana mi intrattiene a lungo sulla necessità che un analista “si autorizzi da sé”. “Ma bada”, precisa: “un analista, non qualsiasi persona”.

Dentro di me, penso che la questione dell’“autorizzarsi da sé” varrebbe per chiunque, anche per un elettrauto. Se immagino un giovane affetto da disturbo ossessivo compulsivo che intraprenda una qualsiasi professione tecnica e che al momento di metterla in pratica venga colto da dubbi ossessivi circa la propria capacità, ne deduco che, fintantoché non “si autorizzerà” a impadronirsi del mestiere, la sua capacità lavorativa rimarrà al punto di partenza.

Cionostante, la questione sollevata dall’amico pone un problema serio, che concerne la trasmissione del sapere, o dei saperi in genere; tale trasmissione comporta sempre una relazione maestro-allievo, fondata sulla mutua consensualità dell’incontro, e anche, in certa misura, sulla consensualità della trasmissione del lascito.

Alla fine di ogni percorso di formazione professionale c’è una verifica, cui può conseguire o meno un’abilitazione all’esercizio di una professione, o, addirittura a far sì che l’allievo, trasformato in maestro, possa a sua volta trasmettere ad altri il proprio (e non l’altrui) sapere.

Tutto ciò in teoria: in pratica esiste anche la possibilità che una relazione maestro-allievo dotata di connotazioni tiranniche renda il prezzo dell’acquisizione del sapere troppo alto, o addirittura espropriante alcune caratteristiche indispensabili all’esercizio stesso di quel sapere: come, per esempio, l’autonomia di pensiero che potrebbe risultare sacrificata da un’eccessiva fidelizzazione al pensiero del maestro o dell’istituzione di riferimento.

In questo caso, la strada obbligata è quella del furto: che può essere riconducibile a un mero arbitrio, oppure alla riappropriazione di un elemento vitale oggetto di un diritto al tempo stesso individuale e sociale; essendo quest’ultima connotazione legata all’erosione di un potere sacerdotale destinato a riprodursi in eterno con effetti regressivi sui propri adepti. Come dire: la differenza fra Arsène Lupin e Prometeo.

Ma, in fondo, non è neppure detto che Prometeo abbia agito come ha agito per nobili intenti umanitari: può darsi benissimo che quel fuoco, prerogativa esclusiva di Zeus, gli suscitasse un’invidia terribile, fino al punto di spingerlo a quell’impresa impossibile.

E non è neppure detto che non sapesse ciò che lo attendeva. Fatto sta che resistette vivo al becco dell’aquila, finché non arrivò Eracle a liberarlo. Perché, prima o poi, se il tuo agire criminale avrà avuto un significato semplicemente predatorio oppure no, qualcuno lo verrà a sapere.

Così, ognuno può benissimo autorizzarsi da sé, ma a proprio rischio e pericolo.

In copertina: Gustave Moreau, Prometeo (1868). Parigi, Musée National Gustave-Moreau.


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