MORIRE O RIORGANIZZARSI


Finita la scuola, tirò fuori la vecchia scatola del puzzle; era lì da tantissimi anni. Aveva provato a farlo quando aveva vent'anni o poco più, ma era riuscito a costruire soltanto la cornice, senza riuscire ad andare oltre. All’epoca aveva suddiviso i pezzi in base al colore: ma ripensandoci dopo, l’idea gli era parsa assurda. A che cosa poteva servire, visto che il puzzle era in bianco e nero, con tantissime sfumature di grigio?

Forse allora era sembrato di mettere ordine, di darsi un'organizzazione, e li aveva suddivisi in base alle sfumature ... un’impresa titanica. Forse avrebbe fatto prima a provare a costruirlo, ma proprio non riusciva ... sentiva che non era il momento.

Questa volta mescolò tutto nuovamente: strada facendo, pensava, avrebbe trovato il modo di organizzarsi. Per tre mesi, lavorò ininterrottamente dalla mattina alla sera, meccanicamente, senza che nessun pensiero attraversasse la sua mente, come un automa. Era come se avesse rinunciato a resistere a forze traumatiche, un processo di dissoluzione il cui risultato finale, aveva scritto Ferenczi “viene descritto o rappresentato come una morte parziale” (S. Ferenczi, Note e Frammenti, Costruzione analitica dei meccanismi psichici, 10.8.1930).

Arrivato alla fine, scoprì che gli mancava un pezzo ... e solo allora si sentì pervadere dall’angoscia sottostante ... doveva assolutamente trovare il pezzo mancante! Fino a quel momento non vi era stato nessun contatto con ciò che sentiva, con le proprie emozioni. Nella sua mente non c’era nessuna forma di pensiero, nessuna riflessione, sentiva solo che doveva ri-costruirlo e doveva riuscire a completarlo. Ci volle del tempo prima che riuscisse a descrivere come si era sentito per tutto quel periodo. Lo fece utilizzando un'immagine: un astronauta perduto nello spazio. Lo vedeva fluttuare nell'aria, con lo sguardo perso nel vuoto, il vuoto di chi ha perso ogni legame.

Anni dopo, riuscì a ricostruire quanto gli era accaduto e a dare significato a quel suo bisogno di mettere assieme i pezzi di quel puzzle. Qualcuno aveva detto che di fronte a un evento traumatico la mente va in frantumi, si atomizza la vita psichica e i frammenti vengono sparati nello spazio, e più forte è il trauma più i pezzi sono scagliati lontano. Qual era il simbolo che si era rotto nel trauma subito?

La coscienza e la sensibilità erano anestetizzate per proteggersi da sensazioni ed emozioni che sarebbero state, all’epoca, intollerabili. Doveva cercare un modo per ricostruire-ricostruirsi, concretamente. Doveva mettere assieme i pezzi per realizzare un contenitore mentale nel quale poter successivamente rimanere a contatto con ciò che aveva vissuto, ed elaborarne il significato.

Diventava allora comprensibile l’angoscia che aveva provato quando si era accorto che mancava un pezzo per “completare” il suo lavoro. Decise di costruirsi il pezzo mancante, lo ricavò dalla stessa scatola del puzzle, lo ritagliò esattamente, cercò di dargli la stessa consistenza, lo colorò delle stesse sfumature, rendendolo irriconoscibile. Provò una sorte di sollievo e soddisfazione. Solo lui sapeva qual era il pezzo costruito di sana pianta. Che significato aveva avuto la costruzione del pezzo mancante?

Ora il quadro è nel suo studio, e lui sa che, quando il paziente lo guarda o lo nota per la prima volta, entrambi si stanno muovendo in una zona traumatica; il suo quadro è per lui il rivelatore degli inconsci che si incontrano.

Qualcuno disse che i nostri pazienti quando arrivano da noi hanno già vissuto i traumi peggiori, ma credo che non sia così; anche durante il trattamento terapeutico possiamo essere altrettanto traumatici, e Il trauma può essere più devastante se chi lo infligge è colui sul quale si sono riposte la speranza e la fiducia di trovarsi di fronte a una figura accogliente e comprensiva, diversa da quelle incontrate precedentemente nella propria vita. L’inautenticità, la malevolenza e l’insensibilità possono essere terribilmente traumatiche e altrettanto devastanti in tutte le fasi della vita, e la speranza, collante che mantiene l'unità della persona, essere dissolta dall'impatto con il trauma. Tuttavia, la speranza non può essere completamente annientata, frammenti di speranza continuano a vivere anche se dislocate a distanze astrali, in attesa di essere recuperate per avviare il processo di integrazione (Ferenczi, Diario clinico, 1932)


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