• Gianni Guasto

ORO, RAME & CO.

Aggiornato il: giu 25


Nel 1918, in occasione di un celebre intervento al Congresso di Budapest, Freud ebbe a pronunciare una frase che si sarebbe rivelata, con il tempo, estremamente feconda  per il fatto di alludere alla presenza di un’entità preziosa (l’oro, appunto) e irrinunciabile; e, d’altra parte anche un po’ sventurata per le cattive traduzioni cui andò incontro l’altro elemento; e infine per il pessimo uso che se ne fece.

La frase, riportata dall'edizione ufficiale delle Opere di Freud tradotte in italiano, suona così: 

"E' molto probabile che l'applicazione su vasta scala della nostra terapia ci obbligherà a legare in larga misura il puro oro dell'analisi con il bronzo della suggestione diretta” (OSF, 9, p.28).

Ora dicevo che questa frase è sfortunata per varie ragioni, a cominciare dal modo nel quale è stata tradotta: ciò che la traduzione italiana chiama “bronzo”, nelle Gesammelte Werke compare come “kupfer”, poi correttamente tradotto in “copper” nell’anglofona Standard Edition delle opere freudiane.

Quindi, mentre “kupfer” e “copper” significano entrambi “rame”, il traduttore italiano ha preferito utilizzare la parola “bronzo”; un errore che potrebbe quasi apparire come un lapsus, perché è su quelle due parole che si è giocata per tanti anni “l’essenza intima” della “vera psicoanalisi”, e di conseguenza l’identità professionale e financo personale del “vero” psicoanalista; ovvero dell’iniziato.

Tutto ciò è accaduto perché in epoca di totale scomparsa, perlomeno in ambito psicoanalitico, delle terapie “a suggestione diretta”, la frase fu reinterpretata al fine di di indicare pratiche psicoterapeutiche a bassa titolazione aurea.  Il risultato che ne sortì fu la designazione di un oggetto dall’identità un po’ misteriosa e dal valore di mercato piuttosto deprezzato che prese il nome di “psicoterapia psicoanaliticamente orientata” o “psicoterapia psicoanalitica” tout-court, un oggetto scientifico dallo statuto epistemologico sempre troppo incerto, anche perché per nulla studiato. Tale distinzione sarebbe stata di difficile comprensione per lo stesso Freud, che poteva al massimo conoscere il significato della parola “analisi selvaggia”, ma mai avrebbe potuto attribuire un chiaro significato all’espressione “psicoterapia psicoanalitica” come a qualcosa di distinto dalla “psicoanalisi”. Tant’è vero che la sua relazione al congresso di Budapest recava il titolo “Vie della terapia psicoanalitica”.

Ma c’è di più. Analogamente a quanto hanno ripetutamente osservato molti critici dell’establishment psicoanalitico da sempre dominante, anche Johannes Cremerius (2000), dopo aver ricordato svariati esempi nei quali lo stesso Freud si era comportato in modo tutt’altro che neutrale, anonimo e astinente, avanzava dubbi sulla reale purezza di quell'oro:

“Ne traggo la conclusione che l’«oro puro dell’analisi», l’«analisi priva di tendenze» non sono mai esistiti. Nessun analista ha mai trattato un paziente solo con questi presupposti” (p. 91).

Se ne deduce che l’”oro”, materiale analitico facilmente deperibile, non può esistere in analisi allo stato puro, così come lo avevano immaginato i fondamentalisti dello “schermo opaco”, rendendolo simile a un pesce che non può sopravvivere a un numero di sedute settimanali inferiore a tre (e forse persino a quattro); ma può probabilmente resistere solo se in forma di lega, venendo al seguito di metalli più poveri ma ben più ingombranti.

Anna (nome di fantasia), ad esempio, è una paziente la cui analisi sopravvive grazie a un setting al momento altamente destrutturato: sia per la rarefazione delle sedute, sia a causa di una frequenza irregolare al punto di potersi quasi definire “liquida”. Oggi, in maniera decisa, senza neppure sollevare una domanda, mi dice: “noi facciamo psicoanalisi, e trattiamo solo oro. Perché sì …”. Mi piace la sua perentorietà che fa giustizia di decenni di discussioni capziose condotte in punta di bilancino a misurare la titolazione aurea di questo o di quel trattamento, discussioni che si concludevano sempre con l’implacabile giudizio divino che sentenziava: “questa non è psicoanalisi!”. Punto.

Ora rileggendo ciò che ha detto Anna, mi viene un dubbio. Che Freud si fosse sbagliato? Che non di legare un metallo all’altro si trattasse, ma piuttosto di estrarlo? Si, perché il materiale che estraggo dalla relazione con lei è quasi sempre piombo. Pesantissimo piombo allo stato di fusione. Incandescente. Che tutti e due dobbiamo maneggiare con estrema cautela, con pinze e guanti coibentati. E che per la sua fluidità sembra scivolare via dappertutto, con il rischio -e la paura- che Anna si ustioni. Eppure c’è qualcosa, là in mezzo, che sembra fatto di una materia più consistente, che sembra scomparire e poi torna in superficie. Qualcosa che rimane solido. Che sia oro?



RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI


Cremerius, J. (2000), L’oro puro della psicoanalisi. In: J. C., Il futuro della psicoanalisi, Roma: Armando editore. pp. 90-94.


Freud, S. (1919). Wege der Psychoanalytischen Therapie. Gesammelte Werke: XII, 183-194.


Freud, S. (1919). Lines of Advance in Psycho-Analytic Therapy. The Standard Edition of the Complete Psychological Works of Sigmund Freud, Volume XVII (1917-1919): An Infantile Neurosis and Other Works, 157-168.


Freud, S. (1919) Vie della terapia psicoanalitica. OSF, vol. 9 1917-1923, pp. 19-28. Torino: Paolo Boringhieri 1977.


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