• Gianni Guasto

LA PSICOTERAPIA AL TEMPO DEL COLERA

Aggiornato il: giu 25



Da alcuni anni sto riflettendo sull’impatto che le nuove tecnologie hanno sul lavoro psicoterapeutico e (anatema!) psicoanalitico. La prima volta che ne parlai in pubblico era il 2016. Ne parlai con preoccupazione perché sapevo di andare incontro a critiche, e forse persino a scomuniche, essendo tale lavoro al di fuori di tutti gli standard psicoterapeutici e, a maggior ragione, psicoanalitici obbligatoriamente in uso. Ma siccome stavo trattando di casi molto particolari, per i quali il mantenimento dello status quo sarebbe potuto risultare persino pericoloso (non posso dire di più), avevo dalla mia “l’interesse superiore del paziente”, e riuscii a convincere il mio autorevolissimo pubblico che la trasgressione delle normali regole di alternanza vicino/lontano (fondamentali per favorire i processi di separazione/individuazione), poteva rendersi necessaria in casi particolari. In fondo, persino Anna Freud (1954, Problemi di tecnica nell’analisi degli adulti, In: Genovese C. (1988), Setting e Processo Psicoanalitico. Saggi sulla teoria della tecnica, (pp. 37-70) Milano: Cortina) aveva deciso di mettersi a disposizione telefonica notturna di un paziente particolarmente grave. Poi avevo altri pazienti, molto meno gravi, che decidevano di rimanere in contatto con me, nonostante fossero costretti a cambiare città o addirittura a trasferirsi all’estero. Iniziando a usare Skype, di certo la situazione cambiava radicalmente rispetto a quanto si poteva realizzare in studio, e alcuni limiti del mezzo mi furono subito chiari. Ma mi accorsi anche che quell’antico auspicio di Freud (consistente nell’unire all’”oro” psicoanalitico qualche metallo meno pregiato al fine di poter rendere il trattamento disponibile ad ampie masse popolari) poteva essere realizzato senza il timore di far scadere troppo la qualità del lavoro. In fondo anche quello che stavo facendo io aveva un certo grado di “titolazione aurea”: si trattava soltanto di comprendere quanto esso fosse. Si trattava, ad esempio, di comprendere se la rinuncia al limite canonico che aveva segnato per anni la differenza fra “psicoanalisi” e “psicoterapia a orientamento psicoanalitico” formalmente consistente (con buona pace di Merton Gill che aveva tentato di spostare l’attenzione sulla qualità emotiva della relazione fra paziente e analista) in un setting composto da tre o quattro -o persino cinque!- sedute a settimana di durata fissa, dovesse coincidere con la rinuncia a una relazione terapeutica che potesse mantenere una propria dignità scientifica, anziché essere relegata nell’ambito generico delle relazioni soccorrevoli basate su saggezza e buon senso. Mi chiedevo se la creatura di Freud fosse paragonabile a un animale acquatico in grado di sopravvivere soltanto nel proprio elemento naturale, o viceversa fosse dotata di una vitalità maggiore, come avevano fatto i nostri progenitori pesci, quando si erano adattati a vivere sulla terraferma (e qui, il pensiero corre inevitabilmente al Ferenczi di "Thalassa"). Così, oggi posso finalmente dire (e scrivere) che comincio a intravvedere qualche pallido indizio di segno opposto. Ma soprattutto sono convinto che l’era digitale nella quale siamo irreversibilmente entrati stia cambiando, nel bene e nel male, moltissimi nostri punti di riferimento; e che anche per la psicoanalisi il tempo dell’anonimato assoluto dello psicoanalista e dei ritmi rigorosamente scanditi stia entrando in un lento processo di trasformazione. E questa volta, ad accelerare tale processo, sembra essersi unito anche un evento imprevisto come questa epidemia. E’ venuto il momento di osare di più: è la vita stessa a chiedercelo.

0 visualizzazioni